Ora il calcio l'ha scoperto Beckham non è un reality

Gli 89 minuti dell’Olimpico hanno spazzato via tutti i pregiudizi su di
lui. David li ha fregati con una partita da Gattuso e una banalità da
campione

Guardate David, è un calciatore. Corre ad abbracciare Pato, esulta, si sacrifica, raddoppia, accorcia, allunga. Gioca. Stupisce, Beckham. Per la normalità, per la banalità. Chi è quello lì? Sicuri che sia lui? La fascia, la sovrapposizione, la chiusura. C’è qualcun altro che soffre: i suoi detrattori, i nemici a prescindere, gli anti-David pronti a raccontare la star che non è mai stato un giocatore. Beckham li ha fregati tutti con un passaggio di due metri, con il compitino, con la corsa all’inseguimento di un avversario. I capelli perfetti e la posizione pure: l’Italia scopre che questo non è il cialtrone che i tromboni pallonari speravano che fosse. È un calciatore, un singolo che sa stare con gli altri, un’icona miliardaria che non ha smesso di voler mettersi in discussione. Perché entra in campo e non strafà: Ancelotti gli dice di stare lì e lui sta lì, senza sbagliare un tocco, senza un secondo di sufficienza. Anonimo? Se non fosse stato lui non se ne sarebbe accorto nessuno.

Arriverà qualcuno che lo criticherà per questo. Diranno: tutto qui? Sempre facile sparare. Invece nell’anonimato Beckham s’è rivelato: prosaico, pratico, utile. Accetterà le critiche, perché lui non è gli altri. Lui è Beckham e Beckham è abituato: con lui ci si è sempre divertiti a trasformarlo in un clown. Perché quasi non era degno di giocare. Tutti a parlare solo e soltanto della pettinatura, del colore dei capelli, del tatuaggio, della moglie. Come gioca a calcio, David? Boh. A destra, in mezzo, a sinistra, dietro le punte. Nessuno a ricordare che questo è uno pronto a prendersi tutte le responsabilità, tipo quella di Inghilterra-Grecia qualificazione ai mondiali 2006: punizione all’ultimo minuto con l’Inghilterra fuori. Tiro, gol. Inghilterra dentro, qualificata. E invece no. Invece di Beckham si ricorda sempre la storia del perizoma della moglie indossato in una notte d’amore. Colpa sua, hanno detto. Sicuro? Forse David ha solo pagato il suo successo e la voglia di non cambiare nulla della sua vita: non s’è vergognato di essere una pop-star, l’hanno fatto quelli che l’hanno raccontato, deriso, oltraggiato. I benpensanti alla Jorge Valdano, miliardari ipocriti innamorati per sempre della retorica del calcio squattrinato: «David è due persone in una. È una persona quando gioca e un'altra nella vita. Fuori dal campo, come certi uccelli della Patagonia, fa una cagata a ogni passo». L’Italia l’ha accolto con la diffidenza che si riserva ai bidoni, come se giocare a Manchester e a Madrid fosse stato solo il pedaggio per la notorietà. Mai preso per un calciatore, perché è più facile raccontare la storia dell’uomo business, del ragazzo che ha fatto dell'apparenza uno stile di vita. Non gli perdonano il suo modo d'essere l'ultimo degli dei del capitalismo, il simbolo della modernità che non sputa sui soldi, ma li pretende. A un certo punto della carriera valeva 70mila euro al giorno: per questo l’hanno insultato. C’era un film che lo sognava e un mondo che lo guardava: succede ancora e questo non va giù ai moralisti che vorrebbero i valori veri della vita. Quali? David ha confessato di aver letto solo un libro nella vita, però ogni anno stacca assegni milionari ai bimbi poveri. Allora qual è il valore vero? Beckham ha un orecchino da centomila euro, ma è sempre il figlio di Sandra la parrucchiera e di Ted, l'aiutate di un installatore di gas. Lui è quello di Leytonstone, uno dei sobborghi dormitorio di Londra. Il calcio gli ha dato soldi e fama. Gli ha dato fatica. Non si vede perché fino a oggi non hanno voluto vedere né sentire: Capello lo considera un campione, Ferguson l’ha ritenuto un genio. Poi tutti dicono la stessa cosa: in campo mai un passo indietro, mai uno scatto in meno. L’Italia l’ha fotografato all’arrivo e dietro la foto ha preso la parte peggiore, convinta che qui sarebbe arrivato un vecchietto che a malapena si regge in piedi. Ancelotti l’ha messo in campo.

Guardate, allora: David è un calciatore. Sta in campo 89 minuti come un Flamini qualunque, resta anche quando Ronaldinho è già seduto in panchina, resta anche quando tutti pensavano che sarebbe stato titolare solo per omaggiare le tv e i giornali di tutto il mondo. Zoom: il 32 sulle spalle, le gambe storte, lo scotch a coprire la fede nuziale. Cross. Non ci sono marketing e merchandising, non è tutto la sovrastruttura da reality che gli hanno costruito. Non è neanche quello che scrive l’Independent che s’è entusiasmato: «Beckham brilla nel debutto a sorpresa». Si suda e alla fine si puzza: David è come Gattuso. C’è un pallone, ci sono i parastinchi, c’è l’avversario, il tackle, l’abbraccio al compagno. C’è la normalità di uno stadio. Cioè quello che cerca David: il pallone e l’erba, la porta e una punizione. Alla fine sotto la doccia, con gli altri; poi fuori da solo o con la moglie, a monetizzare una faccia che vale platino. Stamattina allenamento, puntuale. Ci sarà.