«Ora cambi il sindacato»

È quasi uno squarcio di primavera. La nuova stagione che rompe questo lungo inverno italiano, dove tutto è immobile, ha la voce di una donna. L’aquila della Confindustria alle spalle, le poltrone azzurre e lei, Emma Marcegaglia, con gli occhiali da gatta, la camicetta bianca e i capelli sciolti sulle spalle. Qui, a Roma, viale dell’Astronomia, il capo degli industriali parla con il coraggio di Lady Oscar. Ogni frase è una stoccata, chiara, senza fronzoli, con quel gusto femminile di chiamare i problemi per nome. E ogni affondo, ogni parola, si tramuta, in chi ascolta, in un «finalmente». Qualcosa sta cambiando. C’è un nuovo governo, con una maggioranza forte e un mandato chiaro. C’è una nuova Confindustria, che non ha più paura delle parole. Manca un nuovo sindacato.
Emma Marcegaglia guarda in volto Cgil, Cisl e Uil. E dice: siete vecchi. Non si può andare avanti così. La politica dei veti fa male a tutti. Il sindacato è importante ma deve rinnovarsi, non può continuare a difendere il tabernacolo del contratto collettivo di lavoro. Cambiate. Cambiare significa dare più spazio al confronto in azienda. È prendere atto che il costo della vita è diverso. Il Nord non è il Sud e il salario reale non è lo stesso. Il pane a Cassino costa meno che a Torino. Lo stipendio Fiat invece è lo stesso. Affrontare la questione non è peccato mortale. È buon senso. Questo ha detto la Marcegaglia.
La reazione è quella di chi ha ricevuto uno sputo in faccia. «Politica reazionaria», dicono. E chiudono il discorso. La contrattazione collettiva, d’altra parte, è la loro ragione di vita. È la loro forza politica. È il loro arrocco e non importa se ormai chi lavora li considera distanti, lontani, furbi politicanti, rappresentanti del nulla. I sindacati non vogliono scendere in azienda, loro stanno in alto. Non parlano con gli operai, ma con governo e Confindustria. È per questo che ormai raccattano solo pensionati. La stoccata della Marcegaglia potrebbe invece diventare un’occasione: tornate in azienda e confrontatevi con chi lavora. I lavoratori di oggi e di domani. Non quelli di ieri.
La forza di Emma Marcegaglia è nella chiarezza. Non ci sono maschere. È un’industriale e non finge di essere una filantropa. E questo fa comodo a chi deve affrontarla. Legge la realtà senza finzioni. Segna il confine di ciò che chiede Confindustria: non toccheremo articolo 18 e pensioni. Dice ciò che pensa. Il successo della Lega? «Non è solo protezionismo. È anche desiderio di identità territoriale». È riconoscersi. Il mondo è globalizzato, ma noi siamo qui. Abbiamo radici. Alitalia? «Il prestito concesso può essere sensato, a patto che dietro ci sia una soluzione vera, di mercato». E non facciamo finta che i colpevoli non esistano. Ci sono. Eccoli. «La nostra compagnia di bandiera è stata scarnificata dall’insipienza, dall’assenza di coraggio e di responsabilità del ceto dirigente e dei sindacati».
È per questo che questa donna, la prima donna a capo della Confindustria, sa di primavera. La Marcegaglia parla guardando il futuro. Evoca il federalismo fiscale. Ricorda che i Paesi possono scegliere il proprio destino. Nessuno è condannato alla bassa crescita. I problemi si possono risolvere, basta affrontare le cause della malattia. Detto in due parole: basta piangersi addosso, rimbocchiamoci le maniche. Tutti. Il nuovo governo? Non ha più alibi: faccia le riforme. Gli industriali? «Anche noi dobbiamo cambiare». Basta al corporativismo, ai piccoli benefici di corto respiro in cambio di sacrifici che ricadono sugli altri, sulla spesa pubblica. Questa donna sta dicendo agli imprenditori che, per essere degni di questo nome, devono cavarsela da soli. Lo Stato non è più una balia. Servono attributi, serve coraggio. L’era dei Don Abbondio è un costo che l’Italia non può più permettersi. Meglio, molto meglio, Lady Oscar.
Vittorio Macioce