«Ora una casa comune contro il Pd»

Il candidato sindaco: «Milano luogo per costruire un'alternativa a Renzi. La Lega? Nessuno escluso»

Prima domanda: ma lei sarebbe disponibile a fare le primarie del centrodestra?

«Ma che cos'è il centrodestra oggi? C'è gente nel governo e gente fuori dal governo... Le primarie devono essere fatte all'interno di uno schieramento, di un partito che condivide valori, idee e ideali. Devono potervi partecipare coloro che si ritrovano in un progetto. L'idea di aprire a chiunque, con candidati che non condividono obiettivi fondamentali, è un errore».

E quali sono gli obiettivi fondamentali?

«Che senso ha mettere insieme sigle che hanno posizioni totalmente divergenti su cose fondamentali come essere al governo o all'opposizione, essere in Europa o uscire dall'euro? Non facciamo pasticci. Anche un partito come il Pd ha visto che problemi possono nascere da primarie aperte».

Ma la sua disponibilità a candidarsi...

«La mia non è una disponibilità a candidarmi. Io mi candido».

La sua candidatura è nel centrodestra o pensa a un terzo polo?

«La mia è una candidatura alternativa al Pd di Renzi».

Alternativa al Pd di Renzi o al Pd? In passato lei ha votato alle primarie del Pd.

«La mia è una candidatura alternativa al Pd. Ogni democrazia, per essere funzionante, deve avere almeno un'alternativa di governo e oggi non c'è. Il primo partito è il non voto, poi c'è la protesta estrema di Grillo e Salvini. Al terzo posto, perdendo milioni di voti, c'è il Pd. Non c'è un'alternativa moderna, liberale e popolare, che sappia parlare il linguaggio dei riformisti. Renzi ha vinto per la paura di Grillo».

E Forza Italia? A Milano ha dimostrato di avere peso.

«Nessuna delle sigle esistenti può oggi proporsi di costituire casa comune per questa grande maggioranza che manca. Tanti possono contribuire e io su questo progetto intendo impegnarmi».

Se vogliamo tradurre tutto questo a Milano, che cosa significa?

«A Milano si può dimostrare che c'è una grande maggioranza che oggi o non vota o vota tappandosi il naso o vota per pura protesta, perché non esiste una proposta pragmatica e fresca da proporre alla città. Milano può essere il luogo da cui far ripartire un'alternativa a questo schema politico».

Lei pensa che un finanziere possa intercettare le simpatie di chi non vota?

«Guardi, io sono un cittadino, un imprenditore, sono stato un dirigente pubblico, un ministro, un banchiere orgoglioso di aver fatto la più bella banca che opera in Italia. Non mi ritrovo nella parola finanziere. Milano è una città pragmatica».

Che significa che Milano è una città pragmatica? Chi pensa che potrebbe votarla?

«Coloro che apprezzano chi conosce i bisogni delle piccole imprese e delle famiglie. In questi trent'anni di vita sono entrato in contatto con tanta gente competente e con la voglia di valorizzare la macchina pubblica. E poi arrivo da una famiglia di piccoli imprenditori di Como».

Lei è di Como e vive tra Milano e Roma. Non pensa che l'elettorato possa viverla come un corpo estraneo?

«Negli ultimi tre anni ho vissuto tra Milano e Roma, ma nella mia vita ho sempre vissuto a Milano».

Quali sono i contenuti del suo programma?

«Ho iniziato a girare Milano per ascoltare i cittadini. I punti centrali sono lavoro e sicurezza, saper sviluppare la potenzialità turistica della città e fare di Milano una capitale della ricerca e, come già lo è, anche della sanità e del terzo settore».

Il suo progetto esclude la Lega?

«Non escludo nessuno. Spero di poter aggregare una larghissima parte dei milanesi intorno a questo progetto. Che io non mi ritrovi nelle posizioni estremistiche della Lega è indubbio, ma intendo parlare con tutti, senza escludere nessuno».

Si parla di un suo incontro con Silvio Berlusconi...

«È un incontro che non c'è stato, ma lo incontrerei volentieri».