Ora la cattiva maestra è diventata la Rete

Q ualche volta ci pensi. Stare qui e buttare giù queste righe con una Lettera 22 o magari con una stilografica recuperata in qualche cassetto della casa di famiglia, tanto per non sentirti schiavo del tempo. Capisci chi lo fa. È una scelta estetica dannatamente elegante. Roba da dandy, da sano e disincantato reazionario. È un po’ come entrare nel mondo magico di Harry Potter, questo mondo dove la tecnica è inutile, perché la tua forza è la magia. Solo che non ne sei capace. Le dita inciampano sulla macchina da scrivere, le aste si accavallano, il foglio è pieno di xxx o di bianchetto, un cimitero di errori e anche a mano è una disgrazia, ti accorgi che non sai tenere la penna in mano, la tua grafia non allenata per vent’anni è da seconda elementare. La verità è che indietro non si torna. Non per scelta, ma per impossibilità. A casa hai ancora tutta la Treccani, quella universale, gli aggiornamenti, quella biografica e quella del Novecento. È chiusa da un’eternità. Molto più facile e veloce andare su Wikipedia e se le informazioni non sono oro colato pazienza, corri il rischio. La nostalgia dei retrogame anni ’80, vecchi giochi elettronici dell’adolescenza, dura qualche minuto, poi ti accorgi che pac-man oggi è di una noia mortale. Ti sembrano perfino stonate le immagini che arrivano da un televisore non Hd. L’occhio ha già perso l’abitudine.
Tutto questo per dire che le chiacchiere e le paure sulla modernità non offrono mai soluzioni concrete.
È più che altro un esercizio estetico, un lasciarsi cullare dalla nostalgia. Eppure negli ultimi anni sono tornati molto di moda i saggi che studiano, analizzano, interpretano misteri, virtù e tranelli di quella grande rete chiamata Internet. Facebook e Twitter ci stanno cambiando pelle, ossa e cervello? Siamo un branco di mutanti che non sanno di esserlo? Siamo diventati più cretini, net dipendenti, drogati, rimbambiti e senza dubbio molto più ignoranti?
I social network aiutano le rivoluzioni o limitano la democrazia? Tutta una serie di punti interrogativi che un po’ mettono ansia e in gran parte ti sembra di averli già sentiti quando alle elementari il nemico dei bambini erano quelle immagini in scatola e in bianco e nero. Ecco. La rete ha preso il posto della tv. È lei la nuova cattiva maestra. E in fondo è anche un po’ scontato. Ogni rivoluzione tecnologica suscita nell’uomo, animale abitudinario, la stessa reazione: non è che questa cosa ci cambia la testa? Certo che ce la cambia. I caratteri a stampa di Guttenberg non solo hanno mandato in pensione gli amanuensi, ma hanno anche favorito la lettura della Bibbia, con tutte le conseguenze luterane o calviniste del caso. I Buggles in fondo cantavano Video killed the radio star. Poi l’uomo resta comunque maledettamente umano. Per fortuna c’è ancora qualcuno che va a caccia di dischi in vinile e se si vuole il vero mistero è perché l’etica di questo uomo tecnologicus non sia poi così diversa dal familismo amorale dei Borgia. L’idea che a grandi poteri corrispondono grandi responsabilità è rimasta confinata nei fumetti della Marvel.
Le preoccupazioni di Nicholas Carr, che scrive Internet ci rende stupidi? Come la rete sta cambiando il nostro cervello, non sono diverse da quelle di Ugo La Malfa che negli anni Settanta fa una battaglia per ritardare la tv a colori. Vi ricordate la sigla di fine programma a mezzanotte? Con la musichetta che invitava i lavoratori ad andare a nanna perché il giorno dopo non si può andare in fabbrica e in ufficio con gli occhi rossi? David F. Noble, autore di The Religion of Technology, racconta la fine dei rapporti sociali. Il web come la tv rovinerebbe le famiglie. Pasolini parlava di «mutazione antropologica», ora Jaron Lanier, uno dei pionieri di Internet, scrive Tu non sei un gadget. Si pente e si chiede: cos’è una persona? Se è vero, scrive, che le tecnologie modificano il senso del luogo, del tempo e dell’arte, allora esse condizioneranno anche le relazioni umane, quindi ne risentirà la definizione stessa di «persona». Lanier mette in guardia l’uomo dai pericoli della «noosfera», temine coniato dal filosofo Pierre Teihard de Chardin, ma che è diventato sinonimo del concetto di «intelligenza collettiva». È il ritorno del «Grande Fratello», l’ipnotico soviet che tutto spia, tutto vede, tutto controlla. Il web offre panem e circenses. Il web nasconde gli stessi rischi che Popper vedeva nella televisione. Il web come la tv controlla e spersonalizza. Non c’è più il reale ma l’immaginario. Anzi, i social network sono un principio di schizofrenia, creano l’altro da te, l’avatar, l’io virtuale, senza corpo, senza materia, con un’identità contraffatta. Evgenij Morozov non ha mai nascosto i lati oscuri della rete, contestando i facili entusiasmi dei cyber-utopisti. Nel suo ultimo saggio L’ingenuità della Rete (Codice edizioni) ribalta il teorema delle rivoluzioni nordafricane, fino a sostenere che Facebook e Twitter non hanno un grande peso nella rivolta delle masse libertarie, ma possono essere molto utili per limitare la democrazia e aumentare il controllo dello Stato sugli individui. Il web più della tv ti sommerge di una massa di informazioni che spegne il tuo spirito critico e avvelena la capacità di distinguere tra ciò che vale e ciò che è irrilevante. Il web, come scrive Simon Reynolds, in Retromania, sta addormentando la nostra capacità creativa, tanto tutto quello che ci serve è già contenuto in quel museo infinito di memorabilia che è You Tube. Cosa accade se tutto il passato ci ritorna addosso e diventa una massa indistinta di eterno presente?
Se tutto questo vi fa paura, e aspettando la prossima rivoluzione tecnologica, lanciate un allarme sul vostro social network preferito, come il messaggio nella bottiglia di una naufrago della modernità. Qualcuno vi dirà, con la voce estinta di un Gassman o di un Carmelo Bene, che il «naufragar m’è dolce in questo mare».