È ora che l’Italia rompa con l’Iran

Sostiene da Teheran l’alto rappresentante della politica estera europea, Javier Solana, che l’Iran sta esaminando le generose proposte che lui stesso ha portato in cambio della sospensione del processo di arricchimento dell’uranio, quel che noi semplici di spirito ci ostiniamo a chiamare percorso verso il possesso della bomba atomica da parte del regime islamico più pericoloso mai conosciuto. Poco prima, però, un portavoce della Repubblica islamica aveva negato l’apertura di una trattativa: «La posizione iraniana è chiara, non si può trattare sulla sospensione delle attività nucleari». Il rifiuto è stato espresso proprio mentre Solana stava consegnando al ministro degli Esteri, Manucher Mottaki, il pacchetto di proposte dei «5+1», ovvero dei membri del Consiglio di sicurezza dell’Onu più la Germania. Si tratta, perdonate il mio scetticismo, più o meno della stessa proposta, un po’ aggiornata, che Teheran aveva già rifiutato nel 2006. Una sospensione da tre a sei mesi per poter avviare trattative, seguita dalla costituzione di un consorzio internazionale per arricchire, in Russia, l’uranio necessario ad alimentare le centrali iraniane per uso civile. Alla condizione della sospensione temporanea e unilaterale per l’avvio delle trattative l’Iran non vuole sottostare, ma forse stanno facendo, Ahmadinejad e i suoi, solo il consueto gioco delle tre carte; forse si divertono più del solito a infinocchiare il rappresentante di una politica e di un gruppo dell’Unione Europea deboli, e bastonati nelle pretese di grandeur dalla sconfitta del trattato di Lisbona nel referendum appena votato in Irlanda.
George W. Bush in visita da Nicolas Sarkozy a Parigi ha moderato le parole di deluso commento, come si addice a un presidente che fra sei mesi, dopo i due mandati, lascia la Casa Bianca, e che è in viaggio all’estero. Ma, sempre assieme a Sarkozy, anzi con il sostegno più duro del presidente francese, ha dichiarato il progetto nucleare inaccettabile, e ha minacciato anche la complice Siria. Quello che i compiaciuti e frettolosi commentatori europei del dopo Bush non hanno capito è che, sondaggi in discesa o no, un presidente americano è tale fino all’ultimo giorno, e che può decidere di bombardare l’Iran con ragionevole e condivisa forza in nome della lotta alla destabilizzazione del Medio Oriente. L’altra cosa che non hanno capito è che il candidato repubblicano alla successione, John McCain, non si distanzierà dalla politica estera di Bush, secondo mandato, soprattutto dopo i grandi risultati in Irak dovuti alla strategia del generale Petraeus. Su questo si accettano scommesse.
Tanto è vero che ieri il senatore si è spinto a definire «una delle decisioni peggiori nella storia di questo Paese» la sentenza su Guantanamo, resa nota dalla Corte Suprema il giorno precedente, che ha riconosciuto il diritto dei detenuti a ricorrere alle Corti federali contro la detenzione nel sistema militare. Il candidato dei repubblicani si è allineato con la posizione dei quattro giudici conservatori, su nove della Corte, che sono finiti in minoranza nel decidere sui diritti dei detenuti. McCain farà perciò dell’operato dei giudici supremi un tema della campagna presidenziale.
Le ragioni sono molte, e sono chiare a questo punto della corsa. McCain, che non è mai stato un gran fundraiser (a differenza di Obama e Hillary), ha bisogno di soldi per gli ultimi mesi, e ancora una volta piaccia o no ai divoratori di sondaggi, Bush è capace di raccogliere fondi come nessun altro nel partito repubblicano; garantisce in più al moderato McCain la copertura con la destra religiosa e i conservatori sociali, che lo guardano ancora con diffidenza. McCain, messo di fronte a una scelta dura contro l’arroganza di Ahmadinejad, farebbe come ha fatto per Guantanamo, starebbe con la Casa Bianca. Bush farà in tempo a ritirarsi nell’amato ranch in Texas accompagnato dalla musica di articoli di apprezzamento che vengono dalle testate più ostili per otto anni. Una per tutte, l’Economist snob, ha appena scritto che «il Paese non vede più un pericolo imminente di caduta nell’anarchia eterna. In Irak c’è ancora disordine, ma qualcosa che si avvicina a un futuro normale per la gente sta cominciando a sembrare realizzabile».
Se questo puzzle ha qualche verosimiglianza, come io credo, allora la politica italiana sull’Iran va aggiustata, nella conoscenza e buona volontà di cui Franco Frattini, a differenza di Massimo D'Alema, è sicuramente capace. Noi non siamo innocenti. L’Eni è in Iran dal 1957, estrae greggio da due giacimenti, prevede entro il 2009 la produzione di 14mila barili al giorno. L’Italia dipende totalmente dalle importazioni di energia. Il governo avrà il coraggio di rompere con l’Iran? Perché questo probabilmente gli Stati Uniti chiederanno ai Paesi amici e alleati, non di vincere il braccio di ferro con la Germania per far parte di un 5+1, che forse è già morto.
Maria Giovanna Maglie