È ora di chiudere con Marta

Sull’onda delle belle parole di Sergio Maifredi («Da uomo di mare so che l’Sos si raccoglie sempre...») vorrei raccogliere e rilanciare il suo messaggio sul naufragio della cultura: da uomo di scuola, come l’amico Sergio è uomo di teatro.
Deve ancora essere scritta – se mai lo sarà – la storia delle sofferenze e delle emarginazioni dei professori di destra in quello che rimane uno dei santuari di sinistra più arroccati e autoreferenziali, cioè la scuola, un autentico feudo che non risponde dei suoi atti né al governo in carica né alla società in evoluzione, ma solo a una patria ideologica che sta oltre i confini consueti del giusto e dell’opportuno. Chi, non di sinistra, rifiuta di rimanere in silenzio e di continuare a subire, ma dichiara attivamente la sua identità culturale, viene all’istante ghettizzato, sottoposto ad angherie psicologiche e verbali, ostacolato nell’aspirazione all’accesso a funzioni istituzionali rappresentative e remunerative. L’élite intellettuale ti giudica uno sciocco – perché non può essere intelligente chi non è schierato a sinistra – o un bizzarro originale, o un provocatore. Occorre avere doti non comuni per riuscire a resistere alla marea contraria che ti obbliga a nuotare controcorrente, in acque sempre pericolose. Personalmente, e lo dico con pena profonda, nel mio curriculum di professore innamorato della cultura conto alcune ridicole accuse (scritte) di plagio ideologico (una volta perché tra i molti romanzi che faccio leggere ai ragazzi inserii «1984» di Orwell, un’altra perché «rivelai» ai miei studenti maggiorenni la verità scandalosa che Veltroni iniziò la carriera politica nel Partito Comunista), aggressioni fisiche di sindacaliste della Cgil, il rifiuto del saluto e della parola da parte di colleghi poveri di spirito – e non per una settimana, com’è capitato a Sergio, ma per anni -, insulti, illazioni velenose e calunnie sul piano professionale.
Intanto le scuole – non tutte, certo, ma troppe – incartapecoriscono, producono sempre minor cultura, meno idee, meno talenti, meno innovazione autentica, che stia nelle cose e non nelle parole. È un altro naufragio.
Certo, si sente drammaticamente, in queste condizioni, l’assenza di un’autentica politica culturale da parte di un governo che pure dovrebbe essere «amico», e tanto più la latitanza di un’incisiva azione da parte della politica locale, che pare, almeno qui a Genova, rinunciataria di fronte all’atavico strapotere della sinistra nel campo di tutto ciò che più o meno si richiama alla cultura. Sarebbe invece ora di attuare una poderosa opera di smantellamento di quel che è vecchio, stantio, corrotto, nel teatro come nella scuola, facendo ammainare la sbrindellata bandiera rossa che sventola su zattere alla deriva. Cominciamo ad allargare sul Giornale il dibattito anche su questo argomento.
*professore