Ora è Coca Cola a fare la guerra a Sarkozy

Dopo l’ipotesi di una tassa sulle bollicine, la multinazionale taglia gli investimenti in Francia. Il gigante di Atlanta fa saltare il piano da 17 milioni. L'Ump, partito della maggioranza al governo, grida al ricatto

Per la serie «chi la fa l’aspetti», ecco a voi l’ultima fesseria commessa dai cugini francesi, ovvero da quel ristretto manipolo di francesi che al momento li rappresenta tutti, all’Eliseo, e per essi dal presidente in carica, Nicolas Sarkozy, che forse non è il diretto responsabile della richiamata fesseria di cui ora diremo; ma che certo porta la responsabilità di non averla impedita. Qui si dice della nuova tassa ventilata a fine agosto sulle bibite gasate nell’ambito di una campagna contro l’obesità (e il deficit di bilancio).

Certo nessuno aveva detto, in quei giorni, che la tassa era diretta contro la Coca Cola, ci mancherebbe; ma era lì che il frizzante balzello andava a parare. In America, dove i rapporti con i francesi sono sempre stati difficili e improntati al dispetto reciproco (americani rozzi e puritani; europei colti e boriosi, ma un po’ figli di buona donna. Ah che zelo, che gusto nel manifestarsi reciproca antipatia, prima e anche dopo la vicenda boccaccesca di Dominique Strauss Kahn!); in America, si diceva, non hanno mosso nemmeno uno dei 12 muscoli facciali che si mettono in moto quando uno vuol ridere.

Quelli della Coca Cola, che possono fare più danni della portaerei Enterprise, se ci si mettono, hanno preso carta e penna, e diramato alle agenzie di stampa un comunicato di tre righe, forse tre righe e mezzo che ha fatto il giro del mondo in un baleno. In esso si dà notizia che la Coca Cola ha deciso di sospendere il programmato investimento di 17 milioni di euro nella fabbrica di Pennes-Mirabeau, nel sud della Francia. Una vendetta? Un colpo basso - ma basso veramente, visto che è destinato a colpire sua eccellenza il presidente? Ma no, ma no, che andate a pensare, rispondono ipocritamente da Atlanta, sede della feroce e potente multinazionale (ma sì, ma sì, altroché, ribattono da Parigi. «Questo è un ricatto», dice il partito di maggioranza, l’Ump). I fabbricanti di bollicine americani però specificano mellifluamente che no, il progetto non è stato annullato.

«Lo stiamo semplicemente rivalutando, nel contesto di incertezza creato dalla nuova tassa…». Come dire: se la togliete, e dite che si è scherzato, amici come prima. Altrimenti…. Secondo il dirigente della multinazionale che si occupa del mercato francese, Tristan Faradet, l’investimento alla fabbrica di Pennes-Mirabeau è fermo in attesa della conclusione del dibattito in Parlamento sulla nuova tassa. Ma che il governo faccia marcia indietro pare da escludere. I lavoratori della fabbrica, e una discreta fetta di abitanti delle Bouches-du-Rhone, che dalla fabbrica traggono stipendio e sicurezza, sono piuttosto seccati, va da sé.

Ma non sono i soli. Perché uno si domanda: siamo sicuri che per far dimagrire i francesi - come se fossero una banda di sciamannati e di minus habentes da accudire paternalisticamente- sia proprio necessario alzargli il prezzo della coca? Non bastava veicolare in tv una di quelle pubblicità progresso in cui si dice, dati alla mano, che un uso esagerato di bollicine fa male? E lasciar poi decidere, com’è col tabacco, ai singoli individui che dose assumere? E sempre a proposito di bollicine: siamo sicuri che le bollicine della Coca o della Pepsi facciano più danni di quelle dello Champagne, per dire? O del Beaujolais, che non frizza, ma di zuccheri ne mette in circolo ugualmente un bel po’, quando si eccede?

E sempre a proposito di questa fiscalità nutrizionale che obiettivamente s’infischia della liberté personale: a quando una simile tassa, per par condicio, sul foie gras, sul bloc de canard, sulle escargot e il camembert, colpevoli di spedire il colesterolo e l’indice di obesità nazionale verso l’infinito, per dirla con Buzz Lightyear (Toy Story)? Che sia necessario dispiegare politiche tese a frenare l’obesità (crescente in Francia come in ogni altro Paese del primo mondo) è certamente giusto.

Non è solo un problema di salute personale, soprattutto dei bambini e degli adolescenti in genere. È anche un problema di costi, in termini di Salute pubblica. Ma come dar torto alla Coca Cola quando sostengono, giù ad Atlanta, che le colpe del malandare nutrizionale sono diffuse, e che insomma non si può buttare la croce sulle bevande gasate trascurando le patatine, l’hot dog, il pollo fritto, la tele, i computer (ovvero le ore passategli davanti) e la correlata, spaventosa mancanza di esercizio fisico?