Ora comandano i «parvenue» del crimine

Un altro caso di mancanza di rispetto. Così finirà archiviata nelle prossime ore la tragica fine di Francesco Crisafulli, crivellato di colpi in una calda domenica di maggio. Mancanza di rispetto duplice: per il cognome di Crisafulli e per il posto, il cuore di Quarto Oggiaro, dove è stato assassinato, e dove mai - ai bei tempi della Milano nera - nessuno sarebbe entrato con il cannone in tasca senza il permesso dei capiquartiere.
Invece non c’è più rispetto per nessuno, nella Milano selvaggia degli anni Duemila. Se n’era dovuto accorgere due anni fa un altro nome di peso, Antonio «Pinella» Colia, cui un balordo qualunque aveva rifilato un «bidone», un carico di droga fasulla, e a Pinella era toccato ammazzarlo. «Io sono Colia», aveva provato a dirgli con le buone. E l’altro: «E chi se ne frega che sei Colia!». Non c’era stata scelta.
Anche la brutta fine di Francesco Crisafulli si inserisce in questo filone. Falcidiate, ma non distrutte dalle inchieste antimafia degli anni Novanta, le grandi famiglie non hanno retto a un nemico più imprevedibile: la globalizzazione del crimine, lo sbarco nell’economia delinquente di etnie diverse, senza anima né tradizioni. Forti, numerose, spietate. Come gli opossum in Nuova Zelanda, stanno mangiandosi la foresta.
Non era un boss, Francesco Crisafulli. Ma era fratello di un boss di quelli veri. Biagio «Dentino» Crisafulli è di Comiso, ma è come se fosse milanese. A Milano è cresciuto e ha fatto la sua strada. Come si conviene a un aspirante boss, iniziò bruciando la discoteca dove non l’avevano fatto entrare, finì al carcere minorile Beccaria, evase. Da lì, tutta un’ascesa. Non era uomo d’onore, nel senso che non era affiliato a Cosa Nostra. Ma aveva negli ambasciatori di Cosa Nostra a Milano - primo tra tutti il grande Pino Ciulla - i suoi tutori. Fu anche grazie a quell’appoggio che a un certo punto si mise in testa di andare alla conquista del Giambellino. Ne nacque una delle guerre di mala più sanguinose che Milano abbia mai visto.
È in carcere da molti anni, ma «radio carcere» sussurrava che anche da San Vittore non avesse perso il controllo della situazione. E magari si scoprirà che qualche traffico lo continuava a fare. Su Quarto Oggiaro continuavano a imperversare famiglie del suo firmamento: i Carvelli, i Sabatino. Ma il controllo del territorio, quello militare, effettivo, «Dentino» lo aveva perso per sempre.
Questo è un mutamento epocale, e non vi è rimedio. I vecchi padrini riappaiono in circolazione - Pepè Flachi, uno dei Bono, uno dei Fidanzati - ma la città è troppo cambiata. I più saggi, tra i vecchi, si saranno riconvertiti definitivamente all’economia dalla faccia pulita, quella dove i serbi e gli albanesi ancora fanno fatica. Per gli altri, il destino è segnato.
Ma Francesco Crisafulli non lo sapeva, e così ha pestato i piedi serenamente a «quel balordo del cazzo», come lo avrebbe definito. Ed è tornato a sedersi con calma al suo tavolo al bar Quinto, all’angolo tra via Pascarella e via Satta. Dove tutti lo salutavano con rispetto. Una volta.