«Ora Costa ritiri il decreto sulla formazione»

E adesso è rivolta. La politica è la società civile si scagliano contro la Regione, e in particolare contro il vicepresidente Massimiliano Costa, che nel riformare il settore della formazione professionale ha fatto infuriare per primo don Alberto Lorenzelli, superiore provinciale dei salesiani per Liguria e Toscana e presidente nazionale della Conferenza Superiori Maggiori d’Italia, che ha definito il decreto regionale «un atto supponente, unilaterale che non tiene conto dei bisogni delle famiglie, a cui si somma una totale preclusione al dialogo e al confronto», paventando il rischio di «un disegno più vasto, atto a distruggere il sistema di formazione professionale per privilegiare quello scolastico». Ieri alle polemiche si sono aggiunte polemiche. Gabriele Saldo, consigliere regionale di Forza Italia, ha invocato una marcia indietro di Costa, segnalando che «il metodo usato non è certo quello dell’ascolto di tutti i soggetti interessati cui si dovrebbe ispirare un buon amministratore nel riformare settori tanto delicati», ricordando il «ruolo di formatori da sempre riconosciuto ai salesiani» e insinuando il dubbio che «la linea della giunta Burlando sia quella di tagliare e riordinare gli enti che erogano formazione nella nostra Regione solo per colpire i salesiani».
Che si tratti di un attacco mirato alle scuole cattoliche è una certezza per Tullio Mazzolino, presidente dell’associazione Popolari europei per la Liguria: «Restringere gli spazi delle scuole non pubbliche significa colpire le scuole cattoliche. Il decreto va cambiato al più presto. Meraviglia che venga proprio da Costa, che pure fra i salesiani cerca i suoi voti».
È che la campagna elettorale è ormai lontana, rincara Enrico Cimaschi, portavoce dell’associazione culturale «Il Volano»: «Con questa vicenda “corsi professionali” la giunta ligure sia riuscita a inanellare un altro successo nel suo “palmares”, che sembra ormai teso a seguire la politica del governo nazionale: si affrontano le problematiche a colpi di machete, lasciando solo alle categorie “amiche” il privilegio della concertazione. Diciamo questo non per difendere una posizione di privilegio, ma perché riteniamo che un tema tanto delicato vada affrontarlo non con intenti punitivi, ma con la volontà di operare per il bene comune. Bene comune in cui larghi settori della maggioranza dicono di riconoscersi. Purtroppo solo nel periodo elettorale».