"Ora diamo un segnale: approviamo subito la legge contro il burqa"

Il sottosegretario punta il dito contro chi s’indigna per una barzelletta ma tace per casi del genere

Ci risiamo con gli scampoli di Medioevo, ha visto? Lui, un pakistano, ammazza la moglie con una mattonata, mentre il figlio manda in rianimazione la sorella prendendola a sprangate perchè la ragazza, Nosheen, rifiuta il matrimonio combinato dal padre...
«Purtroppo siamo ancora ai tempi di Hina, la ragazza di Brescia uccisa dal padre perchè non era una brava musulmana. È questo che mi indigna: che non sia cambiato nulla. Una vergogna intollerabile».

Dalla sua personale trincea, lungo la prima fila di combattimento contro la discriminazione delle donne, Daniela Santanchè scaglia frecce al curaro contro il grande esercito dei silenti: le femministe, i sepolcri imbiancati, i cosiddetti progressisti buoni a infuriarsi per una barzelletta di Berlusconi, ma allineati e coperti dietro un fragoroso silenzio quando si tratterebbe invece di gridare forte e chiara la propria indignazione per i diritti violati delle donne musulmane.

Ci vorrebbe una legge di libertà, diceva proprio lei non più tardi di un mese fa...
«Già. E una legge di libertà è quella di vietare il burqa. Il governo e il Parlamento non devono più perdere tempo. Di chiacchiere se ne sono fatte anche troppe. È venuto il momento di passare ai fatti. La legge c’è. Ma giace dall’ottobre dell’anno scorso nei cassetti della Commissione competente. Eppure, dopo sessanta giorni si sarebbe dovuto mandarla in aula...»

Ci sarà sempre qualche anima bella pronta a giurare che il velo è una libera scelta, un’adesione spontanea a un precetto.
«Una totale fesseria. Io ho parlato con centinaia di donne musulmane, ci ho scritto sopra due libri, e la verità che emerge dalle storie di tante donne negate è che il velo è una costrizione, e il burqa una sorta di prigione portatile».

A proposito di leggi. Già nel gennaio del 2007 lei propugnò una legge che vietasse il velo nelle scuole almeno fino ai 16 anni. Sembrava buona, l’idea di non creare differenze in un’età in cui i valori condivisi sono fondanti per un gruppo. Ma anche quella non ebbe successo.
«Così la strage continua. Ma non è più possibile che nel nostro Paese si venga ammazzati perchè ci si fidanza con un italiano, perchè non si è una «buona musulmana» o perchè si rifiuta un matrimonio combinato. Ripeto: il governo e il Parlamento non devono più perdere tempo».

Basterà, poi, una legge anti burqa, per fermare la mano dei padri padroni e per affermare il diritto di esistere, in libertà, per le donne musulmane?
«No, forse non può bastare. Ma segnerebbe una svolta epocale. Contribuirebbe a restituire libertà alle donne e segnerebbe una sconfitta degli integralisti, che usano la religione per tapparci la bocca».

Rispetto al passato, nella tragedia dell’altro ieri c’è però una dato nuovo. Stavolta muore una madre, e muore per aver difeso la figlia contro il padre.
«Mentre la madre di Hina, la ragazza di Brescia, non versò una lacrima, per l’uccisione della figlia. Io c’ero, e me lo ricordo. Non pianse e non andò al funerale».

Vuol dire che forse qualcosa sta cambiando?
«Una donna che si ribella al marito per difendere le ragioni della figlia deve farci riflettere. Sì. Questa morte secondo me testimonia un possibile cambiamento. Allora io dico: purchè la sua morte non sia stata invano. È ora di passare all’azione, con politiche di rigore e di fermezza».

Le femministe, gli intellettuali, la sinistra chic non le daranno una mano a prescindere, vedrà.
«È un peccato. Io non sono mai stata faziosa su un tema come i diritti umani. Quando i Verdi organizzarono il sit in di protesta all’ambasciata iraniana per Sakineh, la donna condannata a morte a Teheran, io c’ero...»