Ora Downing Street può inasprire le leggi

I terroristi sono riusciti a bucare le maglie dei controlli. Negli ultimi tempi il premier aveva evidenziato i rischi che correva il Paese. Adesso sarà più facile superare le obiezioni garantiste

Mario Sechi

da Roma

Se i sospetti sulla mano di Al Qaida sono più che fondati, se le analisi del servizio segreto inglese MI5 erano giuste, se i terroristi sono riusciti a «bucare» la maglia di controlli della Gran Bretagna, allora il «vulnus» della rete antiterrorismo non è solo nella rete di prevenzione, ma anche nelle leggi.
ll premier britannico Tony Blair ha ingaggiato da mesi una lotta interna per varare leggi più severe, controlli alle frontiere più stretti, permettere alla polizia di arrestare sospettati di terrorismo senza dover affrontare la trafila dei processi. È dai primi mesi dell’anno che Blair mette in guardia i «garantisti» e in molti l’hanno attaccato dicendo che «è solo campagna elettorale». «Noi dobbiamo fronteggiare una seria minaccia terroristica. Non voglio fare allarmismo, sto solo dicendo che abbiamo dei seri problemi davanti a noi» aveva detto Blair alla Bbc nel gennaio scorso. Il premier ha dovuto affrontare aspri dibattito in Parlamento e le critiche della Camera dei lord che contestava la strategia antiterrorismo del governo inglese. Il rispetto dei diritti umani nella tradizione dell’habeas corpus britannico è fondamentale, ma l’attentato di Londra farà ripartire il dibattito sulle leggi speciali contro il terrorismo. Il primo Antiterrorism crime and Security Bill del governo Blair si è rivelato insufficiente e il dibattito sulla necessità di dare a tutti i documenti d’identità e varare le leggi speciali è più che mai all’ordine del giorno. Il governo Blair vuole introdurre due nuove fattispecie di reato: quello degli «atti di preparazione al terrorismo» e «l’apologia degli atti di terrorismo». Due elementi che consentirebbero alla polizia di intervenire prima e non dopo. Chi incita al terrorismo, in sostanza, finisce in cella. E i casi di predicatori islamici che incitano alla resistenza e alla guerra santa sono noti.
Gli appelli all’unità del Paese in queste ore si sprecano, ma la prova dei buoni propositi si avrà quando Blair chiederà un ulteriore giro di vite sui controlli. Non a caso ieri gli analisti della Bbc puntavano su questo tema. Il problema non è solo inglese, tutta l’Europa continentale deve fare i conti con un insieme di norme statali che finiscono per essere un vantaggio per il network del terrore. Ieri dall’Unione Europea sono giunti i primi segnali di quello che sarà il dibattito nei prossimi giorni: niente isterismi, più controlli antiterrorismo, ma a questo punto dopo Madrid e soprattutto dopo la prova di forza di Al Qaida a Londra, «tutti siamo vulnerabili». Oggi si riunirà il Consiglio Atlantico, il consesso degli ambasciatori rappresentanti permanenti dei 26 Paesi della Nato, che farà un primo bilancio. Anche qui non sono mancati gli appelli all’unità, ma alle parole ora devono seguire i fatti. Il commissario italiano Ue Franco Frattini ieri ha evocato la «forza di reazione rapida europea», ma questo riguarda più il post che l’ante. Prima l’Europa dovrà affrontare un tema più scottante: come sposare le libertà civili, i diritti dei cittadini, e la guerra globale al terrorismo. Su questo punto, il ministro degli Interni Giuseppe Pisanu ha una filosofia chiara: dati biometrici nei documenti di identità, collaborazione delle polizie continentali e dei servizi segreti, leggi più severe che impediscano ai magistrati - che applicano e interpretano la legge - di scarcerare con facilità i sospettati di terrorismo. Il clamoroso caso dei terroristi processati a Milano e poi liberati, le motivazioni del magistrato che parlavano espressamente di «resistenza» e - di fatto - equiparavano i terroristi o i loro supporter - agli eserciti regolari, non deve ripetersi più.