Ora gli ex veltroniani fanno a gara per scaricare il leader "piacione"

Da Fazio a De Benedetti, la lunga lista dei delusi dal sindaco. Le "diserzioni" sono state più del previsto, e anche di peso. Alcune
quasi dolorose per lui, il sindaco acchiappatutto, per un uomo che
quando gli si chiede un difetto dice: "Ebbene sì, amo sedurre, mi piace
piacere".

da Roma

Le «diserzioni» sono state più del previsto, e anche di peso. Alcune quasi dolorose per lui, il sindaco acchiappatutto, per un uomo che quando gli si chiede un difetto dice: «Ebbene sì, amo sedurre, mi piace piacere». Per anni Walter Veltroni ha coltivato questa sua dote fino all’estremo con risultati straordinari. È riuscito a convincere ad accettare il locali del Comune per la sua associazione persino a uno distante da lui come Giampaolo Mattei (figlio superstite della famiglia missina bruciata nel rogo di Primavalle), gli è riuscito di arruolare in lista due persone che all’inizio delle primarie lo avevano addirittura sfidato. E così, allo spazio Etoile di Roma, annunciava compiaciuto: «Posso dire con particolare orgoglio che qui ci sono due persone a cui voglio molto bene: Furio Colombo e Peppino Caldarola» (il primo correva contro di lui, il secondo era uscito dai Ds perché ostile al Pd!).
Poi la straordinaria macchina da consenso ha iniziato a perdere qualche colpo. Walter non era più il leader omnibus che per il Campidoglio riusciva a metter su persino una lista di adepti dell’Opus dei «Per Veltroni» (strappando ad Alemanno la memorabile battuta: «Adesso mancano i Fascisti per Veltroni e siamo a posto!»). L’idea del consenso totale e l’aspirazione al plebiscito si rivelano molto poco «americane» e molto poco moderne. Qualcuno sente odore di dolciastro. E così Afef gli dà il primo dolore, intervistata da Magazine: «Le hanno chiesto di candidarsi alle primarie?». E lei? «Hmmm... Ehhh.. Mahh» (cioè sì). E cosa ha risposto? «No». Un’altra grande delusa che pareva nata dentro il Dna dell’Unità veltroniana è l’attrice prediletta della sinistra milanese, Lella Costa. Proprio lei, monologhista, militante, impegnata e amata dal popolo della sinistra dice: «L’unica candidata nuova è Rosy Bindi: io non volevo andare a votare, ma vado per lei» (pur di votare contro Veltroni e gli altri maschioni conservatori, insomma). E che dire di Fabio Fazio, uno che fino a ieri intervistava Veltroni quasi inginocchiato? Ieri ha scritto a La Stampa: «È noto il mio buonismo, ma avrei preferito andare a votare per decidere se fare o no il partito democratico, piuttosto che per il suo leader». E di Giovanni Veronesi? Proprio a questo giornale, il regista di Manuale d’amore («Veltroniano doc») ha dettato un ultimatum: «Se Veltroni non cambia tutto mi ammazzo!». Michele Santoro, Sabina Guzzanti e Marco Travaglio hanno rotto ogni feeling: «Non voterei Veltroni nemmeno per sogno - scherza Travaglio -, è sempre d’accordo con tutti e con nessuno, come si fa a essere juventini e a dirsi contenti se vince la Roma?». Maurizio Crozza, l’altro grande comico-opinion leader, ha fatto di peggio, e ha messo in cantiere un’imitazione di quelle che fanno male, partendo da questo assunto: «Veltroni è il teorico del ma-anchismo. Ovvero: è amico degli ebrei, ma anche dei naziskin, è per i Dico ma anche per Ratzinger....».
E poi ieri si è celebrato un altro addio che per un calciofilo come Veltroni suona doloroso, quello dell’allenatore della Fiorentina Cesare Prandelli: «Non andrò nemmeno a votare per le primarie del Pd, in questo momento sono nauseato dalla politica». Ma lo strappo più grande, senza dubbio, è stato quello di Francesco De Gregori. Il cantautore romano, infatti, è legato al leader designato del Partito democratico da un vincolo di antica data, e solo grazie a lui aveva accettato di rappacificarsi e tornare a cantare (proprio per Veltroni sindaco) con Antonello Venditti. Bene, al Corriere della Sera, De Gregori ha spiegato che voterà anche lui Bindi: «Essere arruolato mi dà un po’ fastidio». E poi: «Mi piacerebbe fare il tifo per Veltroni, se lo capissi. E finora non l’ho capito. Non sono molto d’accordo con certe cose che dice e fa. Ha una grossa capacità di comunicare, di proporsi come elemento di novità. Ma quel che dice spesso è difficile da decifrare. Dice tutto e il contrario di tutto». Così Veltroni arruola l’ex direttore di Panorama Pietro Calabrese ma perde tanti che gli vogliono bene. Ma detestano «l’effetto Kim Il-Sung». E l’ultimo e più clamoroso addio potrebbe essere quello di Carlo De Benedetti, che nel 2005 si era autoproclamato «prima tessera del Pd» e che con tutta probabilità oggi se ne resterà a casa.