Ora Fini si accorge del fango: «Le intercettazioni fanno danni»

RomaQuando lo schizzo di fango sporca il proprio doppiopetto, viene naturale guardarsi il bavero e, schifati, cercar di mandar via la macchia. Così anche il freddo Fini, appena inzaccherato dalla poltiglia delle ultime rivelazioni dell’inchiesta sul maxiriciclaggio, s’è accorto che di mota in giro ce n’è tanta e, al solito, scivola nel ventilatore. Intercettazioni pericolose, verbalate nelle carte delle procure trasferite sui quotidiani e la melma vola alla grande.
È bastato che il pirotecnico imprenditore Gennaro Mokbel, sponsor elettorale del senatore Nicola Di Girolamo, parlasse con il presunto boss della ’ndrangheta Franco Pugliese citando l’ex leader di Alleanza nazionale («Gianfranco Fini ha chiamato Nicola, l’ha convocato...») e il titolo di giornale con annesso grumo di sospetti è assicurato. Poi hai voglia a strofinare la giacca, cercando di cancellare la patacca col «francamente non ricordo nemmeno di averlo conosciuto. Avevamo appena vinto le elezioni e con tutto quello che c’era da fare... Andrò a vedere l’agenda». Una controllatina al diario e la rassicurazione: «Escludo in modo categorico di aver direttamente, o tramite la segreteria, o terzi, telefonato al senatore Di Girolamo. È esclusa altresì qualsiasi “convocazione” nei miei uffici o altrove per incontri o riunioni». Ombre «infamanti, da spazzare via», scaricando al più presto il parlamentare chiacchierato anche dicendo che «alla prima occasione pubblica dirò che, se fossi senatore, voterei per l’autorizzazione all’arresto».
Al di là della singola vicenda, probabile bolla di sapone perché trattasi di due persone che parlano di una terza e quindi a rischio millanteria, il problema è generale: politico e giuridico. A Fini, soprattutto oggi, non sfugge che il nodo sta lì: nelle intercettazioni, strumento che va «salvaguardato perché indispensabile alla lotta al crimine, anche se va fatta molta attenzione al modo in cui si adopera». Insomma, la legge in materia va rivista, mentre il testo in discussione al Senato rappresenta «un buon compromesso» perché l’utilizzo «improprio» delle intercettazioni è «pericoloso». La metafora è calzante: «Quante polpette avvelenate vengono gettate lì e lasciate in migliaia di pagine. La stagione del fango è ripartita».
In realtà il fango rotea vorticosamente da un bel pezzo e investe quasi sempre il premier. Motivo per cui Berlusconi ha più volte denunciato che «siamo tutti controllati, è uno Stato di polizia, una cosa barbara!». Paletti alle intercettazioni? Ora che il nome di Fini inciampa nel filo del telefono e rischia quindi di ruzzolare nella gogna mediatica, il presidente della Camera evita il distinguo, gli altolà sul pericolo di legare le mani ai pm o, peggio, condizionare la sacrosanta indipendenza della magistratura. E se soltanto due giorni fa Fini ammetteva che «è notorio che il capo del governo usa espressioni molto dirette perché ritiene di essere al centro di un particolare accanimento da parte di alcune procure, ma i magistrati non si devono vergognare», ieri sembrava essere molto più berlusconiano. Specie nei toni: «Bisogna fare attenzione a tutte queste intercettazioni che spesso provocano danni inimmaginabili».
Un tema, questo, presumibilmente affrontato dal presidente della Camera durante il suo pranzo con il presidente della commissione Antimafia Beppe Pisanu e il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini. Il quale s’è subito schierato a difesa dell’ex aennino: «Una non-vicenda, parliamo di cose serie...». Altro nodo sul tavolo dei commensali è stata la corruzione. Ed è stato Pisanu, al termine dell’incontro, ad ammettere che adesso «è necessario rivedere la questione del voto all’estero che rischia fortemente di essere controllato dalla criminalità». Insomma, i rapporti tra giustizia e politica continuano a dettare l’agenda tanto che lo stesso Fini, in serata, è tornato sull’argomento, questa volta in materia di candidature: «È evidente - ha ammesso - che bisogna difendere il diritto di un cittadino in base al quale si è innocenti fino al terzo grado di giudizio, ma è altrettanto evidente che se una persona è rinviata a giudizio per un reato grave non c’è nessuna necessità di correre a candidarlo». E allora che fare? Lasciare che in ultima analisi siano i magistrati a fare le liste? Per Fini «non serve una legge ma è sufficiente un codice di autoregolamentazione dei partiti». Mentre per chi commette reati contro la pubblica amministrazione, «ineleggibilità totale».