Ora Fli perde i suoi big: anche Urso e Ronchi sono al passo d'addio

Inutile l’affannoso tentativo del leader di trattenerli. Intanto il Pdl si organizza: federazione con i movimenti del centrodestra che vogliono tornare in maggioranza <br />

Roma Fini cerca di riacquistare la pelle dell’Urso. Invano. Il giorno dopo il grande terremoto nel suo Fli, il presidente della Camera prova a correre ai ripari ma le scosse continuano e continueranno.
Super attenzionato è il vecchio amico e colonnello Adolfo Urso, spietatamente fatto fuori al congresso fondativo di Milano. Prima mandando in avanscoperta Bocchino poi di persona, Gianfranco tenta di ricucire lo strappo e dissuaderlo dal far le valigie.

Una trattativa che però non sortisce effetti. Fini, all’angolo come mai prima d’ora, lusinga l’ex colonnello e gli offre un ruolo di primo piano nel nuovo polo; lo rassicura che i suoi amici avranno candidature certe e posti di assoluto rilievo nel partito; gli garantisce una legittimazione ufficiale della sua posizione moderata e di minoranza (sorta di seconda gamba del Fli) ma su un punto non ci sente: l’organigramma non si tocca. Il partito rimane saldamente nella mani di Bocchino perché dal punto organizzativo ha una marcia in più; ma soprattutto garantisce finanziatori, appoggi, soldi. Poi Roberto Menia, di fatto il vice di Italo, l’uomo in grado di dare la connotazione di destra-destra al futurismo. Infine Benedetto Della Vedova, abile nel muoversi nella giungla dei regolamenti parlamentari e testimone di una svolta aperturista nei confronti del vecchio mondo aennino. Lo spazio di mediazione, così, si riduce a uno spiraglio. Dopo un’oretta di faccia a faccia i due si lasciano senza trovare la quadra.

Tace Fini e tace Urso ma dell’incontro trapela un nulla di fatto.
Che farà Urso? Resta il giallo anche se le ipotesi in campo non escludono che l’ex viceministro possa guardarsi intorno. Difficile che possa rientrare direttamente nel Pdl; più facile che riallacci i rapporti con le colombe finiane uscite da tempo dalla voliera del Fli perché troppo intossicata di antiberlusconismo. C’è chi mormora sia pronto a far qualcosa da solo, una sorta di nuovo partito saldamente ancorato a destra, o magari un sottogruppo alla Camera, capace di attrarre i tanti scontenti della deriva falchista di Gianfranco. Con chi? Molto amici di Urso alla Camera sono Enzo Raisi e Pippo Scalia i quali, tuttavia, in queste ore stanno facendo da «mediatori».

Poi ci sono Andrea Ronchi e Giulia Cosenza, anche loro decisamente scontenti e abbottonatissimi sul da farsi. Gli altri «ursiani» sono Maurizio Saia e la pattuglia dei senatori, da tempo in subbuglio. Loro, a palazzo Madama, hanno già proclamato la repubblica autonoma, eleggendo loro capo Pasquale Viespoli, acerrimo nemico di Bocchino. Se decideranno di dire addio a Fini lo si saprà dopo il vertice convocato per martedì prossimo. Ma quello che potrebbe accadere lo dice, tra le righe, il senatore pidiellino ed ex An Andrea Augello: «Il Pdl deve organizzarsi come federazione di movimenti del centrodestra e non semplicemente come partito monolitico. Penso che possa avere un suo perché il gruppo di Miccichè sia alla Camera sia al Senato». Insomma, senatori, Urso, Ronchi e altri moderati futuristi potrebbero trovare una nuova stanza nella grande casa del centrodestra e quindi della maggioranza.

Per Fini una sconfitta su tutta la linea ma per adesso Gianfranco tira dritto e non fa nulla per scongiurare altri fuggi fuggi dalla sua barca, oggi sempre più simile a una zattera. Primo passo, la convocazione della segreteria politica nazionale, composta da quindici membri non parlamentari tra cui spicca il politologo Alessandro Campi, recentemente critico nei confronti di Fini. Il pensatoio ha ufficialmente «ribadito in sostanza le indicazioni uscite dal congresso di Milano, in totale sostegno all’intervento del leader Gianfranco Fini».

Di fatto la linea resta l’antiberlusconismo più feroce, amplificata dal pretoriano Italo che, candido, dà del pagliaccio al premier. Raggiunto da un cronista dell’Asca e stuzzicato sulle ultime rivelazioni di Wikileaks nelle quali ci sarebbe l’appellativo di clown per Berlusconi, Bocchino infatti commenta acido: «Lo sapevamo già...». E ancora, sulla giustizia: «Berlusconi annuncia ogni giorno qualcosa, questo è un problema suo. Noi non corriamo appresso alle dichiarazioni di Berlusconi»; mentre sulle spaccature interne il braccio armato di Gianfranco minimizza e poi la spara grossa: «Non vogliamo costruire un partito del Palazzo ma un partito per i cittadini». Paradossale detto da un vice leader di un partito nato da una scissione di Palazzo con l’intento di buttar giù il Cavaliere con una congiura di Palazzo.