Ora la Francia vuole i soldi della nostra Tav

Stefano Filippi

nostro inviato a Torino

I progetti sono tanti, i soldi pochi, e così i cugini d’Oltralpe con grande nonchalance cercano di farci fessi. Siccome les italiens non si decidono a spendere i 74 milioni di euro stanziati da Bruxelles per il traforo esplorativo di Venaus (preliminare al tunnel da record tra la Val Susa e la Maurienne), il governo francese ha chiesto di poter utilizzare almeno parte di quei soldi per completare le sue opere. La richiesta è planata con molto charme in una delle ultime riunioni della conferenza intergovernativa sulla Torino-Lione, l’ente bilaterale che sovrintende la realizzazione della galleria ferroviaria.
Magari la proposta non avrà seguito, ma è già un fatto clamoroso il passo compiuto dai francesi confermato al Giornale del Piemonte da Rainer Masera, il vicepresidente della Cig. «In effetti hanno chiesto di poter usare i fondi italiani attualmente bloccati - ha detto l’ex presidente del gruppo San Paolo Imi -. La trattativa è in corso e non è stata presa nessuna decisione». Della faccenda si è riparlato la settimana scorsa in un incontro avvenuto sul versante francese e pare se ne discuterà anche in un prossimo vertice in Italia.
I 74 milioni di euro dovrebbero finanziare l’attività geognostica preparatoria della galleria vera e propria, oltre a opere complementari come per esempio l’acquedotto chiesto dal comune di Venaus come compensazione. Delle opere propedeutiche, la più importante è il cunicolo esplorativo di Venaus lungo 7 chilometri il cui scavo doveva cominciare l’anno scorso mentre è ancora fermo.
I francesi invece sono già a buon punto di questa fase preliminare. Devono scavare non solo il cunicolo esplorativo ma anche tre «discenderie», cioè piccole gallerie per calarsi alla profondità prestabilita dal futuro tracciato. La terza discenderia è stata appaltata in ottobre e in meno di sei mesi i lavori sono cominciati, da noi non si muove foglia. E con i nostri soldi i francesi sistemerebbero tutti i problemi di bilancio.
Non si parla dunque dei fondi per il megatunnel di oltre 50 chilometri. Ma anche quelli sono in pericolo. Nell’incontro dell’altro giorno a Torino con i sindaci della Val Susa, Loyola De Palacio (coordinatrice europea delle opere sull’asse di trasporto Lisbona-Budapest) ha detto chiaro e tondo che il nuovo governo italiano deve dire entro la fine dell’anno se vuole il traforo oppure no. Se la risposta sarà positiva, in altri due o tre anni si possono completare le lunghe procedure burocratiche e avviare i lavori; in caso contrario i finanziamenti verranno dirottati. Dove? Non c’è che l’imbarazzo della scelta.
Il termine posto dalla De Palacio per aprire i cantieri non è sancito da nessun accordo internazionale, ma è una scadenza dettata dal buon senso. Tutte le ricerche e le analisi sullo sviluppo del traffico merci in Europa fissano al 2020 l’anno in cui l’autostrada del Frejus e la linea ferroviaria attuale scoppieranno. È quindi nel 2020 che il nuovo tracciato dell’alta velocità dovrà essere operativo. Si calcola che i tempi per realizzarlo si aggireranno sui dieci anni: sette o otto di cantieri più altri due di collaudi e messa a punto. In definitiva, i lavori non possono partire dopo il 2010.
È una data realistica? Si può recuperare tutto il tempo perduto? Secondo la De Palacio sì, se il nuovo governo sarà risoluto. E anche secondo Ltf, la società italo-francese responsabile del futuro collegamento: i tecnici auspicavano un’apertura dei cantieri verso la fine del 2008, ma dopo le proteste dei mesi scorsi si erano già rassegnati a uno slittamento.
Poche invece le preoccupazioni per eventuali penali da pagare alla Cmc, la cooperativa rossa di Ravenna incaricata di scavare il cunicolo esplorativo. Il contratto firmato nel giugno 2005 prevede diverse clausole ma non fissa date né per l’inizio dei lavori né per la fine; tuttavia in un anno la Cmc non ha potuto fare nulla e non si sa ancora quando potrà cominciare ad agire. L’eventuale risarcimento non dovrebbe comunque superare il milione di euro e nessuno pare intenzionato a rescindere il contratto, perché Cmc e Ltf hanno un interesse comune: lavorare.
Non ci sarebbero problemi neppure per i sondaggi geognostici alla ricerca di materiali pericolosi. Il primo, quello di Mompantero che diede la stura alle proteste popolari dello scorso autunno, ha escluso la presenza di amianto. Ora i no-Tav protestano che la prospezione è avvenuta nel punto sbagliato, ma erano stati proprio i loro tecnici a volere scavare lì. Ltf aveva proposto altri siti.