Ora Gerusalemme è più forte

Forse non è stato prudente il premier israeliano Olmert nel dichiarare sabato sera che la guerra di Gaza era vinta..

Forse non è stato prudente il premier israeliano Olmert nel dichiarare sabato sera che la guerra di Gaza era vinta, dal momento che ancora si combatte. Tuttavia una inaspettata conferma del successo militare di Israele è giunta da Londra con la pubblicazione di un manifesto firmato da 300 accademici in cui si chiede di «non permettere a Israele di vincere». È un manifesto significativo. Dimostra una volta di più che per certi intellettuali soprattutto di sinistra l'ebreo - perché qui si tratta di ebrei non solo di israeliani - è accettabile solo come vittima; che lo si può amare e onorare solo se morto. Dimostra inoltre come nella una volta orgogliosa e combattiva Inghilterra lo spirito disfattista di Monaco continui a diffondersi - come del resto in Europa - in larghi strati dell'opinione pubblica alle prese con l'imperialismo islamico. Ma allo stesso tempo che qualche cosa di nuovo è successo nella battaglia di Gaza. Il manifesto mette in evidenza il timore di accademici amanti della pace e della giustizia che Israele possa aver riportato sul piano strettamente militare un doppio successo: quello di dimostrare la ritrovata combattività deterrente del suo esercito e quello di evidenziare l'inesistente invincibilità dell'islam, sostenuto dalla volontà divina e dalla capacità di fare della morte lo scopo supremo della vita.

A Gaza le milizie di Hamas non solo non si sono trasformate in martiri ma si sono sciolte facendosi scudo di civili, usando scuole e ambulanze, centri dell'Onu come protezione per le postazioni dei loro missili. Quanto alla direzione politica di Hamas si è spaccata tanto al suo interno quanto all'esterno con l'ala ideologica intransigente nascosta a Damasco. È anche sul campo politico arabo che Israele sembra aver riportato, almeno per il momento, un successo. Non uno degli alleati di Hamas si è mosso se non a parole in sua difesa: né gli Hezbollah dal Libano che avevano profetizzato che Gaza sarebbe diventata il cimitero di Israele; né l'Iran, che per due anni ha finanziato e armato Hamas, chiedendo al mondo islamico di lanciare la guerra santa contro Israele a cui nessuno ha risposto se non con chiassose dimostrazioni di strada. L'Egitto, l'Arabia Saudita e la Giordania hanno visto in questa guerra la loro guerra e cercano ora di trarne profitto patrocinando assieme agli europei e ai turchi tregue d'armi che non possono realizzarsi senza l'accordo di Gerusalemme. Quanto ai palestinesi della Cisgiordania che non hanno lanciato un solo attacco suicida per aiutare i loro fratelli - sempre più nemici - di Gaza vengono accusati di aver fornito all'intelligence israeliano le informazioni per eliminare il più duro degli ideologi di Hamas, quel ministro degli Interni Said Sayyam che con la sua «forza speciale» aveva imposto alla striscia di Gaza il regno del terrore.

Israele non ha certo ancora vinto la guerra psicologica. L'orrore suscitato dal numero di vittime civili e l'errore di aver ripetutamente colpito centri dell'Onu anche se usati da Hamas per il lancio dei suoi missili continuerà a pesare a lungo sulla sua immagine internazionale. Ma la durezza e la determinazione stessa della sua reazione ha sfatato l'impressione che molti israeliani stessi, oltre che la maggioranza degli osservatori internazionali, avevano sulla capacità di sopravvivenza di questo piccolo Stato. E cioè che Israele fosse entrato in una crisi di identità e consapevolezza nazionale irrevocabile. La guerra di Gaza ha invece dimostrato come questa democrazia, con tutti i suoi difetti e le sue debolezze, sia ancora capace di combattere per i suoi diritti con un esercito di popolo, invece che con gli eserciti di moderni mercenari col coraggio di rischiare tutto, per raggiungere quella «pace dei bravi» che solo ad essa viene negata.

Nella partita di Gaza la possibilità che i dirigenti israeliani (che oltretutto devono tener conto dei loro interessi elettorali) sprechino una volta di più il successo militare non è da escludere. Se è vero quanto diceva Nietzsche che nulla è più pericoloso della vittoria se non la sconfitta, è altrettanto vero quanto affermava Mazzini, che una azione decisa vale di più di mille discorsi.