Ora la gioiosa macchina da guerra va in retromarcia

Caro Granzotto, mi pare che Di Pietro non sia messo tanto bene, ma lo stesso può dirsi di Bersani e di D’Alema. Dopo la cacciata a furor di popolo dal Parlamento anche la sinistra radicale è desaparecida mentre coi suoi vagiti il «popolo viola» appare ancora più miserello dei già ininfluenti girotondini. Secondo lei sulle macerie di una sinistra coventrizzata sorgerà il «Partito della Repubblica» inteso come quotidiano di proprietà dello svizzero Carlo De Benedetti? Sarà questo l’«unhappy end» degli eredi del Pci, del più forte partito comunista europeo?
Roma

Lei non sa quanto me la godo, caro Martinelli. Ho l’età che ho (diciamo avanzata, tanto per capirci) e quindi può immaginare gli anni trascorsi nell’attesa di ciò che ho sempre ritenuto inevitabile. E cioè l’implosione del «progressismo» (versione politicamente corretta e dunque ipocrita del comunismo) con tutte le sue balle, la sua boria, la sua sufficienza e le sue fisime giacobine. Devo dire che Silvio Berlusconi ha aiutato. Non ci fosse stato lui non ci sarebbe stato l’antiberlusconismo. Non ci fosse stato l’antiberlusconismo la sinistra, facendo politica e non del cabaret, avrebbe protratto chissà per quanto l’agonia. Invece è andata come è andata e tutti presi dalle escort e dalle Noemi, dagli stallieri col nonno mafiogeno, dai crucci tricologici, dalle bandane e dal sopratacco del Cavaliere, dai cactus di villa Certosa e dalle schitarrate di Apicella, i «sinceri democratici» antropologicamente diversi si son messa la corda al collo e alé. Si poteva essere più cretini? No, non si poteva. D’altronde solo in uno stato di rincitrullimento mentale acuto ai sinistri poteva venire in mente di importare pari pari dagli States la pratica delle primarie, che là hanno un senso, qui conducono alla Waterloo delle Puglie. O piazzare un democristiano istericuccio - il buon Franceschini - alla testa di un partito depresso e alla affannosa ricerca di una identità. O credere fermamente che Massimo D’Alema disponga di una intelligenza superiore, quando non ne ha mai azzeccata una che sia una. O baloccarsi con i «loft», gli «I care» e gli «yes, we can» di Walter Veltroni. Quando la sinistra era la (temibile) sinistra, uno come Nichi Vendola lo spedivano a riordinare l’indirizzario della sezione «Enrico Berlinguer» di Perdasdefogu, nella provincia dell’Ogliastra. E a Agazio Loiero al massimo avrebbero concesso di dare una mano a grigliare le salamelle ai Festival dell’Unità. E invece, causa il rincitrullimento di cui sopra, costoro ricattano, spuntandola, la sempre meno gioiosa macchina da guerra progressista. Che per colmo dei colmi si fa ricattare pure da un Di Pietro, pure da un Pierferdinando Casini. Politicanti che ai tempi di Botteghe Oscure avrebbero consumato il fondo dei pantaloni nelle interminabili anticamere in attesa d’esser ricevuti dal funzionario di partito incaricato di liquidare i rompiballe.
Siccome in politica non c’è vuoto che non sia colmato in fretta, non è da escludere quel che lei prefigura. E cioè che dalle ceneri di questa sinistra ne sorga una che abbia i repubblicones (e gli onanisti intellettuali facenti capo a Paolo Flores e poi d’Arcais) di burattinai. Un’ipotesi che io fortemente temo, caro Martinelli, perché se c’è una cosa che m’affligge, questa è la noia. Con una sinistra che abbia la centrale ideologico-operativa in Largo Fochetti non ci sarebbe infatti - e per almeno una ventina d’anni - più partita perché la quantità e qualità di bischerate che i repubblicones sono in grado di sfornare indurrebbe anche i più risoluti dei «sinceri democratici» a cambiar bandiera o, in via subordinata, a disertare le urne. E per noi, non avere a che vedersela con un’opposizione, tirare in pratica rigori con la porta libera, sai che barba.