Ora il governo naviga a vista. Caos sul Partito democratico

Nell’Unione regna il pessimismo: "Chiunque controlli due voti al Senato può fare saltare il banco"

Roma - In pellegrinaggio ad Assisi con tanto di papa, Romano Prodi si lascia andare a constatazioni sconsolate: «Preghiere per l’Italia? Non basterebbe una novena...».
Da alcuni giorni il premier non nasconde il suo pessimismo. Anche se è il primo a sapere che nell’aria sempre più «irrespirabile» che opprime un’Italia «a rischio paralisi», l’unica cosa che continua a galleggiare è il suo governo. Non per suoi meriti, ma per il fatto che «anche se non ci stiamo facendo mancar nulla per farci del male, non si vedono sbocchi alternativi. Quindi non può succedere nulla», come nota il capogruppo Udeur Fabris. Anche la tempesta delle intercettazioni e dei verbali sulle scalate «bipartisan», sottolinea il verde Cento, «ha l’effetto di allontanare dall’orizzonte ogni ipotesi di governi tecnici e di larghe intese».
Certo nessuno esclude che di qui ai prossimi mesi la situazione possa precipitare. Le prossime scadenze di politica economica sono complicate: ieri il ministro di Rifondazione, Paolo Ferrero, ha avvertito che «lo scalone dell’età pensionabile va tolto adesso, perchè un rinvio sarebbe inaccettabile». Anche se proprio il rinvio è la via d’uscita che il governo vuole offrire ai sindacati per chiudere la trattativa. E Ferrero annuncia che «ora, entro il mese di giugno, la sinistra deve essere in grado di incidere sull’azione di governo». E il segretario Prc Giordano rincara la dose: il governo si dia «uno scatto», dice, altrimenti «saremo travolti tutti».
Esattamente quello che paventa Lamberto Dini quando avverte che, se Prodi si piegasse alla sinistra, gli verranno meno i voti dell’ala riformista. Quanti non si sa, ma come fanno notare dall’Ulivo, «chiunque controlli un paio di voti, al Senato, può far saltare il banco». Mastella ieri ha rimbeccato Dini: è «troppo intelligente» per non sapere che «se cadesse l’attuale esecutivo, per lui sarebbe impossibile diventare capo di un esecutivo di larghe intese».
Intanto anche la vicenda del Partito democratico si complica. Oggi dovrebbe esserci la riunione decisiva del «comitato dei 45» chiamato a stilare le regole, ma è assai probabile che finisca con un rinvio. La Margherita, Rutelli in testa, e una parte dei Ds con D’Alema, premono per rimettere in discussione il metodo di elezione del segretario. Che va investito «direttamente», collegando il suo nome alle liste per la Costituente che va eletta ad ottobre. «Se non lo facciamo - spiega il rutelliano Rino Piscitello - alle primarie di ottobre non va a votare nessuno». Fassino non la pensa così: punta ad un accordo con Prodi per farsi eleggere segretario dall’Assemblea, assicurano i Dl. Ieri uno stop nettissimo è arrivato da Goffredo Bettini, influente dirigente della Quercia romana e assai vicino a Veltroni: «Sarebbe un grave errore. Mettere in campo adesso i vari leader, cioè i soliti noti, significherebbe la feudalizzazione del nuovo partito». I veltroniani sono in allarme: vedono nella linea Rutelli-D’Alema «il chiaro tentativo di mettere fuori gioco Walter», che ovviamente non potrebbe scendere in campo. E sono convinti, gli amici del sindaco di Roma, che D’Alema voglia giocarsi la partita in prima persona: «È chiaro che a quel punto chi prende più voti a ottobre diventa il vero leader del Pd, legittimato da primarie di fatto. E resta l’unico in campo se cade Prodi». Il quale Prodi, naturalmente, non vuol saperne di un segretario, tanto meno eletto direttamente. E ieri ha spedito il fido Monaco a confondere le acque: bene l’elezione diretta, ma allora va contemporaneamente fatta per tutti i livelli dirigenti del Pd, compresi segretari regionali e provinciali. Ipotesi complicata quanto inaccettabile per i partiti. Sullo sfondo, i prodiani agitano la minaccia che, se si vuole l’elezione diretta, il premier stesso si candidi. «Bene, così viene bocciato dal popolo», dicono i Dl.