«Ora Hamas potrebbe percorrere la stessa strada fatta da Sharon»

Haim Mlaka, ricercatore di Washington, ritiene che un interlocutore forte riuscirebbe forse a dialogare con Israele. «Anche la Casa Bianca dovrebbe rivedere i suoi obiettivi»

Marcello Foa

Di estremisti se ne intende: da anni studia i gruppi che passano dalla lotta armata a quella politica. Il conflitto israelo-palestinese è, da sempre, la sua area di competenza. Haim Malka, ricercatore di uno dei più importanti think tank di Washington, il Center for Strategic and international studies, commenta con il Giornale la sorprendente vittoria di Hamas alle elezioni palestinesi.
L’Occidente ha ragione a temere una Palestina governata da Hamas?
«Non è detto. È chiaro che oggi non ci sono più garanzie sul processo di pace, ma non vedo solo rischi. C’è anche qualche opportunità».
In che senso?
«Io resto convinto che la maggior parte dei palestinesi vogliano giungere a una pace con Israele, ma vogliono che a trattare sia un interlocutore forte, capace di difendere le loro posizioni fino all’ultimo. Al Fatah era ritenuto un negoziatore arrendevole e questa è una delle ragioni della sua sconfitta. Hamas ha la possibilità di dimostrare di saper governare in modo responsabile e, paradossalmente, di percorrere lo stesso cammino di Sharon: un falco che dopo qualche tempo è stato capace di ritirarsi da Gaza e di riprendere il dialogo con l’Anp».
La Rice ha usato parole molto dure con Hamas, Bush è apparso più possibilista. Qual è la linea del governo americano?
«I toni erano diversi, ma leggendo bene le loro dichiarazioni, ci si accorge che il messaggio è identico. Prima di qualunque trattativa di pace, Hamas deve riconoscere Israele e rinunciare alla violenza; comunque non bisogna aspettarsi una svolta in tempi rapidi. Ci vorranno settimane prima di capire l’orientamento del nuovo governo palestinese».
Oggi la vittoria di Hamas, qualche settimana fa il successo della Fratellanza musulmana in Egitto. È solo una coincidenza?
«No, è la dimostrazione che nei Paesi arabi solo i partiti musulmani sono in grado di opporsi ai regimi esistenti».
Perché non emerge mai un’opposizione laica e moderata?
«Perchè l’Occidente (Europa inclusa) da anni permette a tutti i regimi autoritari di soffocare sul nascere qualunque forma di dibattito politico o di critica. E in tal modo i movimenti integralisti musulmani restano l’unica alternativa».
Dopo il voto in Palestina, Washington rivedrà il suo ambizioso piano di democratizzazione di tutto il Medio Oriente?
«Questo voto rappresenta un campanello d’allarme e mi aspetto che l’Amministrazione Bush ne prenda atto. È evidente che finora ha sottovalutato le ripercussioni pratiche di questo processo. La democratizzazione resta l’obiettivo finale, ma è possibile che cambino certe modalità ovvero che anziché puntare tutto su libere elezioni, si punta su una fase transitoria, incentrata sul rispetto dei diritti umani, sullo stato di diritto, sull’emancipazione delle donne».
Il successo di Hamas condizionerà gli elettori israeliani, che sono chiamati ad eleggere il nuovo Parlamento tra un paio di mesi?
«È indubbio che rafforzerà l’idea, largamente condivisa dagli elettori, che Israele debba garantire da sola la propria sicurezza. Ma non è detto che ad avvantaggiarsene sia il Likud di Netanyahu, che può al massimo strappare un paio di seggi in più. In realtà il partito di Sharon, Kadima, continua ad essere favorito: sono loro a sostenere una politica incentrata su frontiere sigillate».
Perché i palestinesi hanno abbandonato repentinamente al Fatah? «Perché si sono resi conto che dieci anni erano passati invano. Non hanno uno Stato, sono più poveri di prima, la corruzione dilaga e non c’è sicurezza. Al Fatah non era più credibile».
marcello.foa@ilgiornale.it