«Ora ho il cancro ma dico no alla dolce morte»

A Sylvie Menard, capo dipartimento di Oncologia sperimentale dell’Istituto dei tumori di Milano, nel maggio 2005 viene diagnosticato un tumore incurabile che, stando alle statistiche, le avrebbe concesso tre anni di vita. La vedi, sta apparentemente bene, e con grande razionalità spiega: «Prima di ammalarmi ero una fautrice del testamento biologico, oggi invece sono molto critica. Non ho nessuna voglia di morire e penserei all'eutanasia solo se dovessi diventare un peso per la mia famiglia». Il rischio è reale perché la malattia, sbriciolando le ossa, la obbligherà a letto: «Questa prospettiva è terribile. Non abbiamo un diritto a morire, ma a vivere e a un sistema sanitario che ci accompagni dolcemente nella malattia. A queste condizioni resto fino all’ultimo minuto». Per Menard «l'eutanasia rappresenta il fallimento del Servizio sanitario nazionale e della società perché considera pazienti, come Welby oppure Nuvoli oppure lei stessa fra qualche tempo, non più degni di essere ascoltati». «Mi ricordo di mia nonna, mancata a ben 102 anni, quando diceva che diventare troppo vecchi non va bene perché si resta soli e non si può più pensare al futuro. Io ho sessant'anni e di programmi ne faccio ancora, sono tornata per esempio a piantare semi in giardino, sperando di vederne il frutto».
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