Ora i Comuni fanno crac: 50 miliardi di debiti

Spese folli, stipendi gonfiati, investimenti sbagliati: così i bilanci
finiscono in rosso. Ma lo Stato continua a pagare per tutti. Napoli
sull’orlo del crac

Sofia è appena nata. A Torino. Fiocco rosa e cioccolatini per festeggiare. Ancora non sa di avere nella culla un debito di 3.316 euro, come del resto 908mila concittadini. Un peccato originale per cui, naturalmente, è senza colpe. Ma dicono di esserlo anche gli amministratori delle città col «buco»: oggi più di 1.800, sparse per tutta la Penisola. La somma dei passivi fa 47,3 miliardi di euro, praticamente il doppio rispetto a quello delle venti Regioni (che si ferma a 25). Da nord a sud, tuttavia, negli ultimi 5 anni hanno ammesso il fallimento solo quindici sindaci. Avviando la procedura formale di dissesto cioè chiedendo aiuto allo Stato, che resta magnanimo con tutti. Il tesoro pubblico, al 2001, s’era impegnato già per 1,2 miliardi in mutui a proprio carico. Stiamo ancora pagando. Poi è iniziata l’era dell’autonomia degli enti locali. Basta, s’era detto, con i contributi esterni. Regola che vale per tutti, tranne che per la Regione Sicilia.

TITOLO V, SOLITA STORIA Via libera in compenso ai fondi aggiuntivi: la sostanza non è cambiata di molto, anzi. Le misure anti-crisi ai centri in difficoltà ammontano oggi a 850 milioni, 43 per «riallineare i trasferimenti alla media nazionale» e soprattutto altri 810 assegnati nel giro di un biennio a chi si trovava a un passo dal baratro. Qualche esempio illustre? Taranto: fallita nel 2006, soccorsa con 150 milioni. Catania: in questi giorni alle prese un deficit pari a 360 milioni, dopo che i netturbini hanno smesso di raccogliere l’immondizia perché senza stipendio da mesi, è arrivata una prima boccata d’ossigeno sottoforma di 140 milioni. E infine Roma, dove Gianni Alemanno dichiara di non aver trovato in cassa nemmeno i soldi per pagare gli stipendi a chi fa le pulizie. «Il debito è di 6 miliardi e mezzo. Tra due anni saranno 9,7 miliardi». Il sindaco è stato appena ripagato dal governo con un finanziamento di 500 milioni l’anno fino al 2010. Ora Alemanno ai romani preoccupati dall’idea di convivere con 2.577 euro sul groppone promette: «Non aumenteremo le tasse comunali, non rinunceremo ai servizi essenziali». Loro tirano un sospiro di sollievo. Negli ultimi tempi il prelievo locale aveva sfondato quota 700 euro.


SPRECHI A PALAZZO Capodanno 2008. Il padrone del Campidoglio pregusta la candidatura a premier, intanto risponde al popolo che chiede sesterzi. La Befana, dice Veltroni, porterà 2mila nuovi posti di lavoro: 800 vigili urbani a tempo determinato, 900 assistenti negli asili nido e nelle scuole, 250 tassisti. «In periodi come quello che stiamo vivendo il lavoro è una cosa molto importante». Veltroni perderà lo stesso le elezioni. La sezione romana di An, però, avrà modo di fargli i conti in tasca. Con lo zampino di Brunetta. Ecco il succo del dossier: il gabinetto del sindaco è costato alla collettività, tra stipendi faraonici e consulenze generose, un milione di euro solo nel 2006. E poi spese bizzarre come i 2.500 euro utilizzati dalla sua giunta «per recuperare le tartarughe marine», altri 2.500 «per catalogare uccelli esotici». Bestialità del genere hanno caratterizzato la gestione di tanti Comuni. A Prato, per dire, sono stati capaci di spendere 60mila euro per proteggere i pipistrelli (rapporto Confesercenti 2005). Gli stessi Comuni che oggi piangono sull’Ici perduta.

C’è un posto in Italia in cui Comune e Provincia sono in grado di fare il bis delle voragini. A Napoli va in scena la crisi del settimo anno sotto il regno di Rosa Russo Iervolino. I libri contabili di Palazzo San Giacomo si portano dietro 800 milioni di crediti «difficilmente esigibili», ma il problema vero sono quegli altri 60 di perdite fuori bilancio. Inefficienza nascosta tra le pagine dei pubblici registri. Mai chiuso in attivo da 12 anni a questa parte, compensi fuori dal mercato e aziende municipalizzate in emergenza cronica. È il caso della Compagnia trasporti pubblici, che da sola costa quasi 80 milioni tra salari e oneri sociali. Sempre ben al di sopra dei ricavi. Eppure la Ctp è quella che riceve più sussidi statali: 35 euro ogni mille posti-chilometro. All’Atm di Milano di euro ne bastano 13. In generale, ogni abitante della città partenopea ha ricevuto 617 euro dallo Stato centrale. Primato assoluto. Chi ha preso meno di tutti? Padova.
Numeri da record, però al contrario, in una città che vede contemporaneamente indagati l’assessore ai conti pubblici, quello alla Protezione civile e il city manager, quest’ultimo guarda un po’ per omesso controllo sugli sprechi del personale. Molto esperto sì in navigazione, ma nei siti «hot». Nulla di nuovo sotto il sole di Napoli: dagli uffici dello staff del Commissario all’emergenza rifiuti De Gennaro erano risultati oltre 750mila euro di telefonate a numeri internazionali e «speciali».

CALAMITA VERSO SUD Perciò Napoli si risveglia sull’orlo del dissesto, senza battere ciglio, sicura di trovare le mani tese di Roma. Così è stato e così sarà. La storia recente insegna che il 61% dei contributi pubblici serviti ad alleggerire i disastri finanziari dei Comuni è finito in Campania, il 16% in Calabria. Tanto che qualcuno ci prende gusto: Arpaia (Benevento), Lungro (Cosenza) e Soriano Calabro (Vibo) hanno fatto game over già due volte.