Ora i Democratici copiano la Lega «Dobbiamo fare un Pd del Nord»

da Roma

O Roma, o morte: che la sorte del Pd e del suo leader siano strettissimamente legate al risultato del ballottaggio per la Capitale è un dato di fatto. Tanto che un importante ministro del governo Prodi, interpellato sui futuri organigrammi (presidenza del Pd, capigruppo, esecutivo) si lascia sfuggire: «Bisogna aspettare il voto a Roma, perché se va male per Rutelli temo che dovremo cercarci innanzitutto un nuovo segretario».
La leadership di Veltroni rischia di restare travolta dalle (eventuali) macerie del «modello Roma», e si capisce che in questo momento di emergenza la questione Nord non sia la priorità assoluta per il segretario del partito. Che però si rende conto che il problema c’è, e non è affatto estraneo ai futuri equilibri interni dell’opposizione. E intanto, come prima risposta, convoca lunedì a Milano la riunione dei segretari regionali per un bilancio del voto. «Il voto segnala che al Nord il Pd ha difficoltà ad entrare in un rapporto profondo con i cittadini», constata Enrico Morando, «padre» del programma veltroniano.
Il primo a sollevare il problema, da sempre grillo parlante della questione settentrionale, è stato il sindaco di Venezia Cacciari, a poche ore dal voto e dagli exploit della Lega: «Veltroni ce l’ha messa tutta, ma nel Nordest non si sfonda ricorrendo ai candidati alla Calearo: bisogna dar vita al più presto ad un Pd del Nord autonomo, dobbiamo essere percepiti come una forza radicata nel territorio». Quella di Cacciari è tutt’altro che una voce isolata: anche un altro sindaco importante, Sergio Chiamparino, forte del buon risultato del Pd nella sua Torino dentro un Piemonte travolto dall’ondata di centrodestra, da mesi non si stanca di indicare al suo partito e alla sinistra la necessità di comprendere «la grande metamorfosi della nostra società», che a partire dal Nord «rischia di sradicare gli ex partiti di massa da tutti i loro antichi referenti sociali. O si riesce a stare dentro a questa trasformazione, a cercare di controllarla, o si finirà per non essere più riconosciuti interlocutori credibili», spiega.
Ora è sceso in campo anche Sergio Cofferati. Con un’affermazione che fa rumore: «La Padania esiste, è qui, e non ha senso negarlo solo perché ne ha parlato per prima la Lega». Il voto per il Carroccio si è allargato, fino a lambire le due Torri, nel cuore delle regioni rosse. E il sindaco di Bologna invita a non sottovalutare il fenomeno: «Se torniamo alla tesi che quelli della Lega sono voti di protesta, commettiamo un errore clamoroso». Ma soprattutto, anche lui rilancia l’ipotesi di un «Pd del Nord», «un partito federale che guardi alle macroregioni», e che ricomprenda anche l’Emilia. Anche se Cacciari lo rimbecca, ricordando che «il Nord è un problema del Lombardo-Veneto» e che l’Emilia «non c’entra nulla», ieri Repubblica ha ripreso la proposta, con un editoriale non firmato che invita «ad andare da un notaio e firmare l’atto di nascita del Pd del Nord», e che si spinge ad ipotizzare una sorta di modello Cdu-Csu: una «forza politica leale a Veltroni ma autonoma e indipendente» e «con il sindaco di una grande città come segretario».
Il dibattito è ufficialmente aperto, e ieri anche Pierluigi Bersani, uomo forte del Pd emiliano che in piena campagna elettorale aveva rimproverato a Veltroni di non riuscire a «sfondare» al Nord e nei ceti produttivi, ha detto la sua: ci vuole «un partito federale, radicato, popolare, capace di rispondere» alle istanze del Nord. Il governatore dell’Emilia, Vasco Errani, e il toscano Chiti gli han fatto eco. Il veltroniano Realacci però frena: «Quella di un partito del Nord è un’idea vecchia. Inviterei a notare che al Sud abbiamo avuto un tracollo e una clamorosa avanzata del Pdl: in Sicilia siamo 30 a 65: facciamo anche un partito del Sud?». Il problema è che dietro il movimentismo padano qualcuno comincia ad intravedere quella che Peppino Caldarola definisce «un’Opa dell’Emilia, guidata da Bersani, contro il partito liquido del leader romano». Tolte le regioni rosse e il Lazio, nel resto del Paese il Pd non sfonda il tetto del 30%, inchiodato all’insediamento storico della sinistra. In cui l’Emilia fa la parte dell’azionista di maggioranza e ora, spiega Caldarola, «reclama di spostare il nuovo centro politico del Pd dove l’insediamento elettorale è ancora forte, per ripartire da là».