Ora i lavoratori pagano il conto, salato, di Kyoto

Esattamente nove anni fa, quando il Protocollo di Kyoto (Pk) non era ancora entrato in vigore, scrivevamo che esso, se implementato, avrebbe portato una grave crisi economica, con perdita di migliaia di miliardi e di migliaia di posti di lavoro. Ora il Pk è entrato in vigore; non è stato implementato perché è impossibile che lo sia, ma è da anni che nel mondo della crisi si attuano le misure per raggiungerne i fantasiosi e balzani obiettivi.
È da quasi 20 anni che la politica energetica mondiale, messo da parte gli ingegneri, è nelle mani degli economisti e, se ci avete fatto caso, è nelle pagine d’economia, oggigiorno, che i quotidiani parlano (straparlano, a volte) d’energia. Pur non essendo una scienza come lo sono la fisica o la chimica, qualche base scientifica l’economia ce l’ha: ad esempio, si fonda sulla solida legge della domanda e dell’offerta, secondo cui il prezzo di un bene è determinato dalla domanda e dall’offerta totale di esso.
Ecco: da quando si sono appropriati della politica energetica, il primo errore degli economisti è aver considerato l’energia al pari di ogni altro bene e aver preteso di applicare a essa quella, altrimenti solida, legge economica. L’energia è invece un bene molto particolare, diverso da tutti gli altri: produrla non produce, in sé, né ricchezza né benessere; piuttosto, essa è ciò che ci consente di produrre qualunque altro bene che, a sua volta, genera ricchezza e benessere. La distinzione è cruciale: è il consumo e non la produzione (men che meno il risparmio) d’energia ciò che genera benessere. Il secondo errore degli economisti è non aver compreso che la parola-chiave nell’uso che si fa dell’energia non è la parola energia, ma la parola potenza: ciò che veramente serve è potenza adeguata nell’istante in cui viene richiesta. I due errori messi insieme hanno generato una miscela esplosiva.
Innanzitutto, è stato inibito, a livello mondiale, lo sviluppo che l’energia nucleare avrebbe meritato e che, se ci fosse stato, avrebbe garantito energia abbondante, economica, ed erogata con la potenza richiesta dai nostri bisogni. Allo stesso tempo, si sono impegnate nel mondo ingenti risorse in impianti di produzione elettrica che, solo per i loro fantastici costi, sono stati considerati, a torto, una opportunità economica: la green economy. Insomma, è passata la stravagante idea che siccome a parità di energia erogata un impianto nucleare costa «solo» 3 miliardi e impiega 100 addetti mentre uno fotovoltaico (Fv) costa 60 miliardi e impiega 1.000 addetti, allora questo genera più ricchezza di quello.
Visto che nessun privato è così pazzo da spendere 20 volte di più per produrre una cosa (elettricità) che potrebbe produrre spendendo 20 volte di meno, la differenza per la stravaganza è stata fatta gravare sulla collettività, con meccanismi propri di ogni nazione. Quello italiano si chiama conto-energia e ci impone di pagare 45 centesimi a chi produce un chilowattora col Fv, quando la Francia lo produce col nucleare a 3 centesimi. L’aumento conseguente delle tariffe elettriche annoia noi privati, ma mette fuori mercato molte aziende che, chiudendo o trasferendosi, lasciano troppi senza lavoro: vedrete che, prima o poi (ma sempre tardi), bisognerà cancellare la legge-truffa del conto-energia.
Ad aggravare le cose è la circostanza che questi preziosissimi impianti alternativi sono inutili, perché, per mere ragioni tecniche più volte spiegate in queste pagine, non erogano energia alla potenza desiderata e quando desiderato. Realizzare questi impianti, insomma, non è come realizzare, che so, il Ponte sullo Stretto, che avrà, sì, impegnato denaro della collettività, ma, una volta ultimato, avrà accorciato l’Italia di 200 chilometri portando, indirettamente, benessere e ricchezza, anche se nessuno riceverà a casa alcun assegno.
Realizzare impianti fotovoltaici ed eolici, invece, è come impiegare addetti a scavare buche di giorno e a riempirle di notte: gli addetti sono contenti, perché lavorano e guadagnano, ma avranno anche contribuito non poco ad immiserire il Paese, perché per ogni nuovo «lavoratore» nel settore della green-economy sono 4 i nuovi disoccupati in altri settori. Lo insegna non solo il caso Alcoa in Italia, ma la disoccupazione alle stelle in Spagna, figlia indubbia della green economy, come numerosi studi indicano.
Se qualcuno pensa che attribuire al Pk la causa ultima della crisi sia congettura falsificata dal fatto che gli Stati Uniti non sono stati dalla crisi risparmiati pur non avendo quel protocollo sottoscritto, faccio osservare che, pur tuttavia, gli Stati Uniti non si sono sottratti dal perseguire, come e più dei Paesi sottoscrittori, le politiche energetiche suicide che quel protocollo impone: ad esempio, negli ultimi 20 anni la potenza FV americana è disastrosamente aumentata del 100% e quella eolica del 1.000%. A rendere il disastro perfetto, il contributo delle rinnovabili alla produzione elettrica americana è passato, in 20 anni, invece e come prevedibile, dal 13% al 9%: la triste realtà emerge e, purtroppo, i nodi vengono al pettine.