Ora i pm vogliono dettare l’agenda al premier

Riparte il processo ma il premier ha invocato il legittimo impedimento. Il magistrato milanese De Pasquale: "Può venire in aula al mattino e
poi partecipare al vertice Fao a Roma". Cicchitto: "Disprezzo per i compiti del presidente del Consiglio"

Roma - Legittimo impedimento. È il punto chiave della discordia. E senza più Lodo Alfano a far da scudo, il nodo giudiziario viene subito al pettine. Una querelle che parte da Milano, dove oggi riprende il processo sui diritti tv Mediaset, ma che rimbalza subito nella capitale, dove la polemica sulla «persecuzione» nei confronti di Silvio Berlusconi prende quota. Ad avviare l’ennesimo scontro, sintomatico di ciò che potrebbe avvenire di continuo nei prossimi mesi, è la volontà della Procura meneghina di dettare l’agenda del premier: «Il convegno della Fao sulla sicurezza alimentare - a cui partecipa stamattina, motivo dell’istanza di rinvio presentata dai suoi legali - non è un impedimento assoluto». Motivo? «L’iniziativa dura tre giorni, dal 16 al 18 novembre, e l’imputato potrebbe essere in aula la mattina e poi andare a Roma».

Sarà questa la linea illustrata oggi in aula dal pubblico ministero Fabio De Pasquale, subito rigettata in casa Pdl. Il primo a rispondere a muso duro è Fabrizio Cicchitto: «Sarebbe davvero inquietante e molto significativo se il pm avesse un tale disprezzo» per l’attività e i compiti del premier, «al punto da arrivare a stabilire le ore e i giorni nei quali sarebbe costretto ad intervenire». Insomma, siamo dinanzi a un episodio «sconcertante», commenta Maurizio Gasparri, convinto che questa sia «la prova» del disegno di «certi magistrati», impegnati a «calpestare la verità, le istituzioni e perfino i vertici internazionali». Un «chiaro disegno persecutorio», dunque. Ecco «la prova del nove» - rafforza il concetto Italo Bocchino - di quella «persecuzione verso il premier che deve spingerci ad approvare, parallelamente al processo breve, anche norme costituzionali sul Lodo Alfano e sull’immunità parlamentare». A questo punto, afferma Francesco Casoli, «chiediamo l’intervento ufficiale di Nicola Mancino», vicepresidente del Csm. In caso contrario, «il suo silenzio sarà la prova della sua connivenza inequivocabile con certi ambienti colorati di rosso della magistratura».

Benzina sul fuoco. Per la maggioranza, impegnata a fatica nella delicata ricerca di un’intesa sullo strumento giusto con cui mettere mano alla questione. E soprattutto per il diretto interessato, che non ha alcuna intenzione di fare la fine di Bettino Craxi. Ma «Berlusconi non farà la sua stessa fine, anche perché ha un rapporto molto forte con il consenso popolare». Il pronostico di Cicchitto è lo specchio di ciò che frulla nella mente del premier. Sempre convinto che attorno alla sua poltrona si stia disputando una partita anche extra-politica, ma consapevole di potersi giocare l’arma del voto anticipato. Una via d’uscita che fa arricciare il naso a Gianfranco Fini, che vede come una jattura la fine anzitempo della legislatura: sarebbe un «fallimento» anche per il Pdl, di cui Berlusconi - sono parole sue - «può a buon diritto menar vanto».

Ma attorno allo spauracchio del richiamo alle urne, che Berlusconi invocherebbe solo se costretto («dobbiamo riformare il Paese - ripete - ma se ci stoppano torniamo a chiedere il voto agli italiani»), i distinguo si sprecano. Premesso che lo spartiacque sarà dato dalle garanzie nel poter andare avanti, come chiarisce Sandro Bondi: «Eventuali elezioni anticipate sarebbero solo la presa d’atto dell’impossibilità da parte del Parlamento di realizzare le riforme di cui l’Italia ha bisogno». In questo senso, il ministro dà ragione a Fini: «Sarebbero anche una sconfitta per il Pdl». Ma non si arriverà alla soluzione estrema, se il partito unico «saprà dimostrare compattezza e lealtà nei confronti del presidente del Consiglio, in una linea di resistenza democratica all’assalto militante di certa magistratura».

È proprio questo il punto: compattezza e lealtà. Due elementi che mancano, secondo il Cavaliere, tanto da alimentare la paura di quel complotto che Fini bolla come «bizzarra teoria». Sarà così, ma intanto il premier prende tempo. Non parla e non lo farà - pronosticano i suoi - «finché non avrà qualcosa di pesante da dire». Già. E le prossime settimane saranno decisive per comprendere la rotta della maggioranza e del suo leader, che per mantenere la coesione interna potrebbe andare alla conta negli organi preposti nel Pdl (e tanto invocati da Fini), come richiestogli a gran voce pure dai suoi fedelissimi. In sintesi, il premier è deciso a voltare pagina. Quando e come, lo deciderà lui.