«Ora l’Irak ha più bisogno. Ma noi scappiamo»

Mario Sechi

da Roma

Onorevole Antonio Martino, il terrorista Al Zarkawi è stato eliminato. Cosa significa questo per il futuro dell’Irak?
«Intanto è un indubbio successo, anche se pare non avesse più la posizione di comando che aveva in passato. È stato condannato a morte quattro volte in Giordania, era uno spietato terrorista, è un fatto positivo che sia stato eliminato. Questo fa sperare che altri terroristi pericolosi a piede libero siano raggiunti presto dal destino che meritano».
La collaborazione tra gli alleati e il governo iracheno comincia a dare i suoi frutti nel settore della sicurezza?
«Esattamente. E a questo anche gli italiani hanno contribuito in misura significativa. Vorrei ricordare che i Carabinieri hanno addestrato oltre undicimila poliziotti iracheni e che l'Esercito ha addestrato oltre duemila soldati iracheni. Questa è la cosa di cui l'Irak ha più bisogno, perché a mano a mano che il governo, legittimo e democratico, sarà in grado di provvedere da sé alla propria sicurezza, allora la presenza delle forze della coalizione non sarà più necessaria».
Addestramento delle forze irachene e ritiro delle truppe alleate sono collegati?
«Questo era l'obiettivo della missione Antica Babilonia. Io avevo annunciato a gennaio che si sarebbe conclusa entro l'anno, ma il punto è che il prosieguo doveva essere una missione delle Nazioni Unite, prevalentemente civile che, per ragioni di sicurezza, prevedeva anche l'impiego dei militari. Il governo invece per mantenere fede all'impegno “via tutti i militari dall'Irak”, dimostra quanto poco creda nelle Nazioni Unite. Cancellando una missione Onu solo per dare soddisfazione alle frange più facinorose di questa maggioranza».
Alla luce degli ultimi fatti, non è un errore ritirarsi proprio ora?
«Non solo. Questo è un durissimo colpo alla credibilità internazionale dell'Italia che faticosamente avevamo ricreato in questi cinque anni. Avevamo un prestigio internazionale senza precedenti nella storia repubblicana. Abbiamo avuto contemporaneamente il comando della missione europea in Bosnia, il comando Nato in Kosovo, il comando Nato in Afghanistan, il comando del Prt ad Herat, il comando del posto di frontiera a Rafa tra la striscia di Gaza e l'Egitto. Il ministro della Difesa inglese John Reid, tornato alla Difesa dopo sette anni, mi ha detto: “Ho scoperto che in questi sette anni è cambiata una sola cosa, gli italiani. Siete diventati indispensabili, sembra che non possiamo fare a meno di voi”. Certamente questo è merito dei nostri militari che sono stati bravissimi, ma erano bravissimi anche sette anni prima. Il fatto è che hanno avuto alle spalle un governo che ha prodotto una politica estera coesa, credibile, condivisa e accettata. Ora noi torniamo all'Italietta inaffidabile, alla vecchia battutaccia che dice: gli italiani non finiscono mai la guerra dalla stessa parte in cui l’hanno cominciata».
Anche il Sismi ha contribuito - con la scoperta dell’ultimo video - a individuare Al Zarkawi. Qual è il ruolo sul campo dei nostri servizi segreti?
«Ho visto il Sismi all'opera e il suo direttore, il generale Pollari, gode della mia più alta considerazione. Il lavoro che hanno fatto per la sicurezza delle nostre missioni all'estero è stato straordinario. Chi farnetica della unificazione dei nostri servizi, di fatto, vorrebbe privare la Difesa del servizio segreto. Ma una Difesa come la nostra, sempre più impegnata in missioni all'estero, richiede invece un accurato lavoro di intelligence per la sicurezza».
Una parte della sinistra accarezza l’idea del dietrofront anche dalla missione in Afghanistan.
«Ho sostenuto, ripetutamente, che era enormemente più problematica la situazione in Afghanistan. La nostra missione in Irak non è mai stata a tempo indeterminato si sapeva che aveva un suo percorso. In Afghanistan è diverso: prima dell'invasione sovietica era uno dei 25 Paesi più poveri al mondo. Ha poi subito l'invasione sovietica, la resistenza ai sovietici, l'avvento del regime dei talebani, il regime dei talebani, la resistenza ai talebani. Due generazioni di afghani sono state sottratte ad attività formative e produttive. A questo aggiunga che la principale fonte di reddito è l'oppio, che ci sono 400 bande illegali armate. A sinistra c’è chi dice che Karzai è solo il sindaco di Kabul e dice una sciocchezza, perché intorno alla figura di Karzai quel Paese si è unito come non mai nella sua storia millenaria. Temo che la sinistra, proprio per queste difficoltà, farà solo quello che sa fare: scappare».
Cosa ne pensa del pasticcio in commissione Difesa?
«È il classico caso di un pericolo sventato. Ho letto le dichiarazioni della signora Menapace. Le ho trovate semplicemente orripilanti. Ho letto le dichiarazioni del presidente De Gregorio, mi sembrano di buon senso. È vero che la politica di Difesa non la fa il presidente della Commissione, ma nessuno metterebbe - per usare un'espressione di Tremonti - Dracula all'Avis».
Zarkawi applicava il metodo Arafat: colpire i civili per indebolire il nemico e creare il caos. Ma l’enfasi dei media e della sinistra è sulle «truppe d’occupazione». Perché?
«Lei qualificherebbe atto di eroica resistenza quello di ammazzare una bimba di quattro anni nel sonno solo perché israeliana ed ebrea? Per me si tratta di un crimine, eppure a sinistra c'è chi esalta i terroristi e i loro finanziatori. Non dimentichiamo che Saddam Hussein - che la sinistra finirà per beatificare a furia di criticare l'intervento in Irak - offriva un premio in denaro ai terroristi suicidi che colpivano i civili solo perché israeliani ed ebrei. Ci sono le prove che nel corso degli anni ha addestrato i terroristi di Al Qaida. Ora, che si dica che l'intervento contro un regime sanguinario e corrotto non fosse legittimo perché non autorizzato dalle Nazioni Unite, e questo venga da parte di chi ha mandato i nostri aerei a bombardare Belgrado prima di avere l'autorizzazione delle Nazioni Unite e ora si appresta a cancellare una missione delle Nazioni Unite che ci avrebbe visto come protagonisti, questo è veramente incredibile».
Di quale alleato hanno bisogno gli Stati Uniti?
«Affidabile. Di cui si sappia qual è l'orientamento. Ci possono essere divergenze fra alleati, ma che razza di alleato è uno che ti volta le spalle, che non porta a termina la missione, che non tiene fede agli impegni assunti e dice che le tue mani grondano di sangue e gli assassini sono gli americani?».
Due guerre sul suolo europeo, poi la Guerra Fredda. Quella contro il fondamentalismo islamico è, come sostengono alcuni analisti americani, la Quarta Guerra mondiale?
«Indubbiamente è la sfida del nostro tempo. E vorrei dire due cose apparentemente contraddittorie: non possono vincere, ma non possono perdere. Nell'immediato non debelleremo il terrorismo, anzi, dobbiamo intensificare gli sforzi. Ma non possono vincere perché le democrazie sono più forti. Un dato che mi preoccupa in questa analisi è quello demografico: da qui al 2020 ci saranno un miliardo in più di ragazzi tra i 15 e i 29 anni, quella che si chiama fighting age, l’età per combattere. Di questo miliardo, solo 65 milioni saranno europei, 300 milioni saranno islamici. Trecento milioni di giovani, in molti casi in condizioni di vita difficili, costituiscono un potenziale pericolosissimo».
Gli americani potrebbero scegliere l’isolazionismo?
«Io non credo che l'America continuerà indefinitamente a far morire i suoi ragazzi per difendere la libertà dell'Europa. Se l'Europa vuole avere davvero un senso, deve fare la sua parte, dovrà adoperarsi attivamente nella lotta al terrorismo. Nella scelta tra terrorismo e democrazia non dovrebbero esserci dubbi da parte di un sincero democratico. E invece, il governo italiano, nella scelta tra la democrazia del legittimo governo iracheno e quelli che vogliono che ce ne andiamo, ha scelto i secondi».