Ora l’Occidente vuole intervenire. Usa e Nato «pronti a tutto»

Ras Ajdir (frontiera Tunisia-Libia)Un ronzio lontano poi l’elicottero cabra sulla fiumana in fuga, tocca la frontiera, vira, riprende quota, scompare dietro gli stendardi verdi della Jammahria. Forse è l’ ultimo volo dei fedelissimi di Gheddafi. Da Bruxelles a Washington si discute, in queste ore, di come bloccarli.
Di certo ne parlano per 20 minuti Silvio Berlusconi e il presidente Barak Obama durante il colloquio telefonico di giovedì in cui cercano di mettere a punto una risposta multilaterale in grado di garantire adeguata «assistenza umanitaria» e «diritti umani fondamentali». La «no fly zone» - già proposta da Parigi e Londra - rientra probabilmente in questi obbiettivi. Fermare gli elicotteri significa impedire il trasferimento dei mercenari reclutati dal rais per sparare sulle folle. Costringere a terra Sukhoi e Mig significa impedirgli di mitragliare gli oppositori. Oltre la Nato non sembra, per ora, voler andare. Anche perchè il presidente francese Nicolas Sarkozy fa sapere di guardare con estrema cautela a qualsiasi ipotesi d’intervento diretto. L’assenza di qualsiasi «accenno ad una missione militare nel corso dei contatti Nato viene confermata anche dal Ministro della Difesa Ignazio La Russa che preferisce parlare di “coordinamento dei vari interventi». Nonostante questi distinguo l’ipotesi di un azione militare resta però sullo sfondo. Anche perché la fine di Gheddafi rischia di aprire un era di disordini simile a quella iniziata in Somalia dopo la caduta di Siad Barre. Un’eventuale operazione va dunque strutturata come un’ intervento capace di far fronte a vari e successivi scenari. Quello più immediato riguarda la messa in salvo di cittadini italiani o di altri paesi Nato. In questo caso la procedura classica prevede l’intervento di piccoli contingenti di reparti speciali addestrati per questo tipo di «soccorsi». Lo scenario immediatamente successivo è quello di una dittatura decisa a usare le ultime risorse militari per far strage di oppositori e distruggere i pozzi petroliferi usati dall’Occidente. Una «no fly zone» simile a quella adottata nel 1991 in Iraq per fermare la strage di curdi e sciiti non basta a sventare la doppia minaccia. Usando le basi di Sigonella e alcune portaerei dislocate nel Golfo della Sirte si potrebbero costringere a terra, e al caso abbattere, i velivoli ancora agli ordini del Colonnello. Ma la «no fly zone» non garantirebbe la sicurezza dei pozzi. Per difenderli bisognerebbe pensare al dispiegamento di forze speciali da sostituire poi con reparti regolari per permettere il ritorno al lavoro del personale internazionale. Piccoli contingenti di «incursori» sono forse già all’opera per individuare e distruggere i depositi di gas nervini e di iprite che il colonnello di dice abbia conservato anche dopo la svolta del 2003 quando consegnò a Stati Uniti ed Inghilterra i propri piani nucleari e alcuni depositi chimici.
Il rischio Libia non si esaurisce comunque con l’uscita di scena del dittatore. Una volta caduto Gheddafi bisognerà attendere la nascita di un governo in grado di garantire ordine, sicurezza ed integrità politica del paese. Quella nascita non è né scontata né immediata. Nel frattempo bisognerà impedire il divampare di scontri etnico-tribali simili a quelli che trasformarono la Somalia in un inferno alla mercè di pirati, predoni e terroristi «alqaidisti». In questa prospettiva potrebbe venir pianificato uno sbarco nelle aree costiere dove si addensa la popolazione civile. L’intervento richiederebbe però almeno 15mila uomini e andrebbe incontro agli stessi rischi emersi durante le missioni in Somalia. Una prolungata permanenza di truppe straniere incapaci di garantire sicurezza, stabilità politica e veloce ripresa delle attività produttive finirebbe con l’amplificare i sentimenti anti occidentali facendo scordare le responsabilità della defunta dittatura. L’intervento nelle zone costiere potrebbe però rivelarsi essenziale per disinnescare la bomba migratoria. Una volta saltato il tappo «Gheddafi» il golfo della Sirte diventerà inevitabilmente il «porto dei sogni» per centinaia di migliaia di disgraziati provenienti da Niger Chad Sudan e altri paesi africani. Ma sigillare una costa lunga 1200 chilometri rischia di rivelarsi un’impresa impossibile per qualsiasi marina. Per questo la presenza di una missione di terra potrebbe rivelarsi l’ultima risorsa per bloccare i porti costieri e impedire la grande transumanza.