Ora l’Unione teme il commissario e implora la Jervolino: devi restare

Il sindaco di Napoli vuol correre per le politiche e secondo la legge dovrebbe dimettersi in gennaio

nostro inviato a Napoli

«Rosetta, scurdammoce ’o passato». È rimasta vittima del «fuoco amico» ed è stata costretta a mangiare «pane e amarezza». Ma ora quella stessa maggioranza di centrosinistra che l’ha più volte tradita, le chiede a gran voce di tornare sui suoi passi e riaprire la porta che lei, Rosa Russo Jervolino, ha sbattuto con gesto eclatante in faccia ai suoi «alleati», rinunciando a una nuova candidatura a sindaco per imboccare la strada verso il Parlamento romano. L’appello è stato pronunciato in queste ore più volte da Antonio Bassolino, da Giorgio Napolitano, da Umberto Ranieri ma anche da tanti soldati semplici diessini, ovvero dai suoi più «cari nemici» in Consiglio comunale. Il segretario locale della Quercia, Maria Fortuna Incostante, ha provato addirittura a buttarla sui sentimenti: «E se ti implorassimo, Rosetta, tutti di restare?». Una richiesta vana. «Cambiare idea? Io ho la testa dura, quello che ho deciso è definitivo», risponde la Jervolino, sigillando il suo verdetto e facendo crescere la rabbia dentro la Quercia. Ma come nasce questo strano, insistente pressing per far ricandidare il sindaco uscente? Qual è lo spettro che turba il sonno dell’Unione e suscita i tormenti dei Ds, impegnati nella missione «recuperare Rosetta»? Semplice: evitare il commissariamento del Comune di Napoli. Un esito ineluttabile nel momento in cui scatteranno le dimissioni che consentiranno alla Jervolino di candidarsi alle elezioni politiche. E una prospettiva che viene vista alla stregua di un baratro politico e di immagine per un centrosinistra che governa il Comune ininterrottamente dal ’93. «Se uno ha senso delle istituzioni e ama tanto la sua città – si sfoga su Repubblica un deputato Ds – mica la lascia in mano a un commissario mandato da Berlusconi su probabile suggerimento di Martusciello...». I tempi del passaggio di consegne, con l’ingresso del tanto temuto «alieno» a Palazzo San Giacomo, dovrebbero essere strettissimi. In base alla legge elettorale che il Senato potrebbe approvare la settimana prossima, un sindaco che vuole candidarsi al Parlamento deve dimettersi entro sette giorni dall’entrata in vigore della nuova norma. Ammesso che Carlo Azeglio Ciampi promulghi subito la legge (il termine è di 30 giorni), non si va oltre gennaio per le dimissioni della Jervolino. Insomma se si candida il commissario prenderà il suo posto. «Sì, è vero, è un problema delicato. Noi abbiamo sempre assicurato un’amministrazione democratica della città. È una situazione che non mi auguravo», commenta preoccupato il governatore Bassolino.
L’ultimo commissario visto a Napoli fu Francesco Paolo Palmieri nel marzo del 2001, subentrato in seguito alle dimissioni di Riccardo Marone, candidato alle Politiche. Palmieri gestì il processo elettorale verso le urne per due mesi. Questa volta, invece, il commissario dovrà prendere servizio a gennaio in attesa di un voto previsto a maggio (anche se molti nel centrodestra, scottati da quanto avvenne con Bassolino nel 2000, temono il ricorso a qualche «gioco di prestigio» con cui aggirare la legge). Ma c’è un altro effetto collaterale che l’annuncio della Jervolino ha innescato nella politica partenopea: una grande smobilitazione generale, un rompete le righe che rischia di gettare nel caos l’amministrazione cittadina, visto che ora anche gli assessori si sentono smarcati dai loro impegni di giunta e sono distratti soprattutto dal braccio di ferro Ds-Margherita per la scelta del ticket (sindaco e vicesindaco) da presentare alle elezioni. Senza dimenticare che martedì scorso il Consiglio comunale ha messo a segno l’ennesimo flop del numero legale, raggiungendo quota 53 sedute andate a vuoto. Un record che non promette niente di buono in vista del bilancio di previsione per il 2006 che va chiuso e votato entro Natale. Non approvarlo entro la pausa festiva significherebbe lasciare mano libera al commissario. Una prospettiva infausta per il centrosinistra, deciso a ricompattare le proprie truppe allo sbando e disarmare l’«alieno» che da gennaio prenderà possesso di Palazzo San Giacomo.