Ora la legge Biagi fa comodo ai Ds

Antonio Signorini

da Roma

La legge Biagi è al sicuro, anche nel caso in cui dovesse vincere il centrosinistra. Esattamente il contrario di quanto hanno annunciato i partiti dell’Unione e cioè l’abolizione della riforma del lavoro appena riusciranno a conquistare Palazzo Chigi. Ne è sicuro il ministro del Welfare che ieri all’assemblea dell’Api (associazione piccole e medie industrie) si è concesso una battuta sull’ultimo bilancio dei Ds, dal quale emerge che la Quercia ha assunto con i contratti previsti dall’odiata legge varata dal governo Berlusconi. «Il maggior partito del centrosinistra ha appena assunto cento collaboratori con contratto a progetto. Quindi sono piuttosto ottimista sul fatto che la legge Biagi non verrà smantellata in futuro», ha detto il ministro ricordando «i pregiudizi» che hanno accompagnato l’elaborazione e il varo della legge Biagi. Pregiudizi che ora - se ai fatti corrisponderanno le idee - potrebbero cadere.
Nel mirino di Maroni, oltre ai Ds, anche le banche che starebbero ostacolando l’ormai prossima riforma del Tfr (il trattamento di fine rapporto le cui quote serviranno a finanziare le pensioni integrative dei lavoratori). Oggi o domani si dovrebbe tenere un tavolo interministeriale e poi il provvedimento potrebbe arrivare al consiglio dei ministri già venerdì. Ci sono diversi nodi da sciogliere e i sindacati hanno bocciato la bozza consegnata alle parti sociali.
Maroni ha precisato che per il momento la riforma non riguarderà il pubblico impiego e ha rivelato che uno degli ostacoli è ancora quello delle compensazioni alle imprese. «Incontriamo resistenza da parte delle banche ingiustificata e ingiustificabile». Gli istituti di credito hanno negato di volersi mettere di traverso. «Nonostante le parole di Maroni continueremo a collaborare», ha assicurato l’Abi.
Novità sul fronte degli indicatori economici. Per la prima volta dopo quattro anni sta rallentando l’emorragia di posti di lavoro della grande industria. Dopo anni di caduta libera, l’istituto nazionale di statistica ha registrato un calo limitato allo 0,3 per cento su base annua al lordo della cassa integrazione, il dato migliore almeno da gennaio 2001. Il calo annuo corrisponde a 7.000 posti di lavoro.
Ieri l’Ocse ha diffuso le sue previsioni sull’occupazione. Nei paesi dell’organizzazione si dovrebbe registrare una lieve ripresa dell’occupazione dopo anni difficili, mentre in Italia gli indici dovrebbero rimanere fermi nel 2005, dopo il robusto più 1,5 per cento messo a segno nel 2004. Già nel 2006, comunque, i posti di lavoro dovrebbero ricominciare a crescere dello 0,4 per cento. La stessa percentuale del primo trimestre di quest’anno registrata settimane fa dall’Istat, un dato che anche ieri il ministro del Welfare Roberto Maroni ha giudicato «virtuoso» rispetto alla crescita sottotono. L’Ocse ha ribadito che nel Bel paese e anche in Germania, rimangono troppe differenze regionali. In Italia c’è ancora un tasso di occupazione troppo basso e resta tra gli ultimi dell’area per quanto riguarda l’occupazione delle donne (con un tasso del 45,2 per cento nel 2005), nonostante si registri qualche passo avanti.