Ora l'Europa apre al «made in» Juncker in campo

Il presidente della Commissione si schiera con Tajani. Entro maggio le etichette per tracciare i prodotti

Forse ci siamo. Dopo aver sudato le famose sette camicie finalmente un barlume di speranza si accende sull' affaire «made in», la creatura di Antonio Tajani, che presentò nel febbraio 2013 da commissario come proposta di regolamento e che oggi da vicepresidente del Parlamento europeo difende con gli artigli. Sulla questione dell'etichettatura «made in» si è espresso a favore anche il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker, che si è rivolto direttamente a Tajani spronandolo a non abbassare la guardia. Tajani chiede che vengano tutelate tutte le categorie industriali e in particolare tre settori: calzature, ceramica e tessile. «Su questo punto - conclude Tajani - siamo disposti a fare le barricate. Non accetteremo una marcia indietro».

Proprio ieri la Commissione europea ha deciso di andare a confronto con gli Stati membri, cercando di portare avanti una strategia per settori ovvero salvaguardando oltre ai tre principali anche quello del legno, dell'arredo e dei gioielli. Ovviamente alla riunione del collegio erano presenti tutti tranne uno: Federica Mogherini. Nulla di nuovo. L'Alta rappresentante per la Politica estera Ue si trovava a Pechino, preferendo parlare di crisi in Ucraina e nello Yemen piuttosto che occuparsi di Italia. Degna figlia del suo padre politico Matteo Renzi, che per non sbagliare decide di non decidere. Sul «made in», infatti, il governo ha scelto di non agire perdendo così un'altra occasione per rilanciare la nostra manifattura. «Non c'è un sistema italiano ramificato che partecipa alle decisioni. Renzi ed il governo hanno sprecato l'occasione che la Presidenza italiana dell'Ue offriva al Paese per rilanciare sul “made in” ed aprire un negoziato fattivo con i Paesi che si oppongono all'etichettatura obbligatoria», dice Tajani. Fra questi Germania, Regno Unito e Olanda. I tre guastafeste hanno anche fatto stilare uno studio di impatto su costi e benefici che deriverebbero dall'imposizione su tutti i prodotti europei di un'etichetta di origine e provenienza. Studio che ha confermato gli effetti positivi che questo regolamento avrebbe sulle imprese. Oltre a rappresentare un concreto deterrente alla contraffazione, «made in» darebbe nuovo slancio alla nostra economia con vantaggi per imprese e cittadini. Un mercato, quello dei prodotti per il consumatore, che vale circa mille miliardi di euro l'anno, escludendo i prodotti alimentari.

Il 12 maggio si riunirà il gruppo di lavoro del Consiglio che esaminerà la proposta informale proveniente dalla Commissione. Il 20 maggio, invece, si riuniranno gli ambasciatori dei Paesi membri dell'Ue per cercare di sbrogliare la matassa «made in» e il 28 il Consiglio «competitività». Il rischio è che di fronte alle varie resistenze la proposta venga ritirata, o che la ricerca di una soluzione mediata partorisca un «made in» svuotato di significato.

Commenti

giovanni951

Mar, 19/01/2016 - 17:20

però bisogna fare in modo che il made in italy sia vero made in italy (a parte per le materie prime di cui non disponiamo) una borsetta prodotta in cina alla quale attacchiamo solo i manici NON è made in italy.