Ora l'ex brigatista che rapì Moro fa la morale postuma a Cossiga

La Faranda, condannata a 15 anni per terrorismo, si spaccia sul <em>Fatto </em>per intima del presidente. E lo accusa: io sono pentita, lui è rimsto nell'errore

Abituàti a ex terroristi che collaborano con i giornali, intervengono in tv, discettano sui mali del Paese che insanguinarono, non meraviglia che l’ex Br Adriana Faranda dica la sua in morte di Francesco Cossiga. È puntualmente avvenuto sul Fatto quotidiano di ieri che ha pubblicato una specie di «coccodrillo» dell’ex terrorista con introduzione di Luca Telese, firma del giornale di Padellaro & Travaglio. Faranda è tra i sequestratori di Aldo Moro. Era della colonna romana che uccise i cinque della scorta e rapì il politico dc il 15 marzo 1978. Fu lei ad acquistare le finte uniformi da poliziotti che i brigatisti indossarono per dare l’alt alle auto, compiere con tranquillità la carneficina e prendere l’ostaggio. La Faranda fu anche la postina dei messaggi che dettavano allo Stato le condizioni per liberare il prigioniero. Moro fu ucciso il 9 maggio. L’anno dopo, la Br fu arrestata. Si dissociò, denunciò dei complici ed ebbe notevoli sgravi di pena. In udienza, sostenne di essere stata contraria all’assassinio e di avere caldeggiato la liberazione del sequestrato. Quindici anni dopo, nel 1994, fu rilasciata.

Cossiga, all’epoca del rapimento, era il ministro dell’Interno. Fece il possibile per scovare il nascondiglio di Moro ma rifiutò la trattativa con i terroristi. Era la posizione della stragrande maggioranza degli italiani e del Palazzo, Dc e comunisti in testa. I soli disposti scendere a patti furono i socialisti di Bettino Craxi e i radicali di Marco Pannella. Ucciso Moro, il ministro fu preda di sensi di colpa, prese atto del proprio fallimento e si dimise. Questa è la vicenda che intreccia i destini di Faranda e Cossiga. Con due ruoli opposti. Lei in quello di assassina, lui in quello di sfortunato responsabile dell’indagine.

Non hanno alcunché in comune. Fu il caso a farli incrociare. Poi le strade si separarono. Faranda in galera, Cossiga al Quirinale. Scarcerata la terrorista, si sono incontrati di persona due sole volte. Anche qui, occasionalmente. L’ex Br, che era diventata aiuto di un fotoreporter con cui conviveva, partecipò - con notevole faccia tosta - a un servizio fotografico sul politico. Cossiga la riconobbe. «Lei è Adriana Faranda!», disse stupito. «Sapeva tutto di me - raccontò lei in un’intervista del 2001 -. Fu cortese e signorile. Mi disse che aveva desiderio di parlare con me di alcune cose. Ma non è più successo». Invece, si videro di nuovo in tv anni dopo. Fu su La7 nella trasmissione Tetris condotta da Telese, il giornalista del Fatto che ieri ha introdotto il simil coccodrillo. Questo spiega come, probabilmente, nasce l’articolo. Non spiega invece - pressioni del giornale a parte - cosa abbia spinto l’ex terrorista, 60 anni in questi giorni, a ricordare chi le dette la caccia. Non aveva nulla da rivelare. Né testimonianze particolari su Cossiga, né risvolti ignoti. L’articolo infatti non contiene niente che riguardi lo scomparso. C’è invece molto della trita psicologia autogiustificatoria che tutti gli ex terroristi manifestano ogni volta che aprono bocca o prendono la penna. Il pezzo - va detto - non è irrispettoso né vendicativo. È fasullo.

Sulle orme di Plutarco, Faranda traccia un parallelo tra sé e il defunto. Esagerando il rapporto che esisteva tra loro - inesistente, come abbiamo visto -, Faranda afferma che lui, incuriosito, cercava in lei «l’ex combattente che aveva impugnato le armi per abbattere lo Stato per il quale (Cossiga, ndr) aveva sacrificato tutto» e lei andava «in cerca della persona che si celava dietro il fumo dei lacrimogeni e della intransigente linea di fermezza». E con questo, Faranda già mette se stessa su un piano di parità con Cossiga. Non più, come penseremmo tutti, due individui agli antipodi: l’assassina da un lato e chi vuole assicurarla alla giustizia dall’altro. No: due parigrado. Da una parte, lo scherano della ragion di Stato. Dall’altro, la combattente. Anzi, un’idealista «forte soltanto dei miei poliedrici dubbi... portatrice di un manicheismo un po’ demodé agganciato alle tradizionali opposizioni buono-cattivo, giusto e ingiusto». E chi si trova di fronte la creatura? «Un uomo d’ordine e delle istituzioni, deciso a difenderle a qualunque prezzo... fervido estimatore delle forze armate, forte delle sue certezze». Insomma, un guerrafondaio, un tizio machiavellico, pronto come Trotzkij - la citazione è della signora - a calpestare tutte le norme morali pur di fare prevalere l’Autorità. «Cossiga incarnava il nemico perfetto, la repressione militare, la brutalità del potere». «Nelle fauci della guerra» che i tipi come il defunto aizzava «caddero quei ragazzi che nessuno comprese fino in fondo e che ponevano questioni vitali come libertà, rivoluzione sessuale, ecc. ». Dunque, da un lato bravi figli che volevano il bene dell’umanità, dall’altro la sanguinaria repressione kossighiana che, incapace di dialogo, li costrinse a farsi terroristi. Perciò, non solo pari - lei e i suoi amici assassini - ma migliori degli ottusi persecutori.

Dopo la sparata, l’autrice si calma. E butta lì: «Vorrei che venissero portate alla luce le verità ancora coperte da un segreto di Stato senza alcun senso ormai». Non spiega a quale segreto e a quali verità si riferisca: piazza Fontana, strage di Bologna, delitto Moro? Vai a saperlo. Ma tutto fa brodo per confondere e tirarsi fuori. Poi, plutarcheggiando, torna a mescolare la sua con la vita di Cossiga. «Siamo stati figli dei nostri tempi, io degli anni Sessanta, lui della guerra fredda, ciascuno con i suoi... errori ed orrori». Insomma, pari e patta tra loro due. Lei terrorista e complice di omicidi plurimi, lui ministro dell’Interno che invece di capirla e stenderle la mano, l’ha sbattuta per 15 anni in gattabuia. Opposti estremismi.

L’articolo si conclude con una nota di pietà - «mi ha addolorato la sua morte» -, una concessione - «inchiodare Cossiga a simbolo del male è ripercorrere la stessa logica che ci ha portati nel baratro» - e l’affermazione della propria superiorità morale: «Io sono riuscita a saltare dal treno in corsa, lui era ancora insediato sul suo locomotore». Il che - fuori metafora ferroviaria - equivale a: io mi sono pentita, lui è rimasto nell’errore. E con questo totale ribaltamento della realtà - Br, vittime; Stato, carnefice - Cossiga è servito.

Questo è quello che capita quando si dà un pulpito a chi dovrebbe invece vivere nel fondo di una cripta.