Ora l'Ue fa l'elogio dei prodotti falsi

In uno studio pubblicato da un quotidiano brutannico si legge che "i beni contraffatti e venduti a basso costo possono promuovere l'azienda che li crea". Peccato che provichino danni per miliardi

Chi l'avrebbe mai detto di trovare nell'Unione Europea il miglior sponsor della contraffazione. Sembra un'esagerazione, eppure, a giudicare dalle conclusioni dell'ultimo rapporto sul tema, non lo è. «Acquistare prodotti di marca contraffatti è una cosa positiva»: questa la rivelazione principale ricavata a spese dei cittadini comunitari. Ma non è l'unica. «I beni contraffatti possono effettivamente promuovere l'azienda che li crea, facendo conoscere le nuove collezioni a un pubblico più ampio». Conclusioni rivoluzionarie quelle contenute nella relazione riportata dal quotidiano britannico Daily Telegraph e co-scritta da un consigliere della Home Office, il dipartimento britannico per il controllo dell'immigrazione. Conclusioni che sfatano una serie di inutili preoccupazioni. Come quelle relative alla qualità dei materiali usati per la fabbricazione dei prodotti contraffatti, alla loro legittimità e a chi realmente trae profitto dalla loro vendita. Tutte spazzate via. Da chi non si sa però. Dispiace per le case di moda ma, secondo il rapporto, le perdite nel settore dovute alla contraffazione sarebbero ampiamente esagerate «perché la maggior parte di coloro che acquistano prodotti falsi non avrebbe mai pagato per l'originale». Come a dire: ringraziate chi compra l'imitazione del vostro prodotto, altrimenti, coi prezzi che avete, vi scordereste anche quello.

Ne è certo il professor David Wall, co-autore della relazione e consulente al governo in materia di criminalità, secondo il quale «ci sono prove che la vendita a basso costo aiuti effettivamente le grandi marche, accelerando il ciclo di sensibilizzazione al marchio. Dobbiamo concentrarci piuttosto sul commercio di farmaci contraffatti - ha continuato Wall - parti di aeromobili non sicure, e altre cose che creano danni reali ai cittadini». D'accordo sul fatto che ci siano altri settori sui quali porre attenzione, ma non si può nemmeno chiudere un occhio su un fenomeno illegale che, secondo gli ultimi dati Censis, vale in Italia oltre 7 miliardi di euro: una sua eventuale sconfitta garantirebbe circa 130mila posti di lavoro aggiuntivi. Nonostante il governo di Londra abbia deciso di non criminalizzare i consumatori, il mercato della contraffazione nel Regno Unito è stato stimato in un valore di 1,3 miliardi di sterline e fino a tre milioni di consumatori ogni anno acquistano le merci contraffatte. Difficile dunque andare a spiegare alle grandi marche che dovrebbero essere felici se vedono qualcuno camminare con al braccio una loro borsa falsa. Impossibile. Infatti già diverse case di moda hanno fatto sentire la loro voce.

«La contraffazione è presa molto seriamente - ha commentato un rappresentante di Burberry -. Quando il caso è provato, spingeremo sempre per il massimo della pena». «La vendita di merce contraffatta è un reato grave - ha dichiarato un portavoce di Louis Vuitton - i cui fondi vanno alle organizzazioni criminali a spese di consumatori, aziende e governi». Per la verità anche quest'ultimo aspetto sarebbe smentito dal rapporto dell'Ue, secondo cui la contraffazione di marchi di lusso non finanzia né il terrorismo né la criminalità organizzata.

Con buona pace delle forze dell'ordine, invitate a non sprecare tempo a cercare di fermare i contrabbandieri. Inoltre, se le conclusioni del rapporto si estendessero ad altri settori, come quello agroalimentare dove il falso Made in Italy prodotto in Cina genera danni per 100 miliardi di euro, la sostanza aumenterebbe ancor più di peso.

E pensare che proprio l'anno scorso l'Ue aveva creato l'Osservatorio sulla contraffazione e la pirateria che avrebbe dovuto lottare contro il fenomeno. E ora quale sarà il suo compito?