Ora Mancini si inventi psicologo

Ragazzini all’esame di maturità. Così ci sono sembrati ieri i campioni nerazzurri. Tesi, nervosi, incapaci di ragionare e di contenere una Roma tutt’altro che irresistibile. Incapaci pure di approfittare di un regalo dell’arbitro Trefoloni: un rigore inesistente trasformato da Materazzi. Poteva, doveva, essere il segnale della svolta. Invece niente. Idee poche e confuse. Si è rivista a tratti l’Inter formato Champions League, l’Inter dei vuoti di memoria e delle grandi paure, l’Inter del confuso balbettio tattico. Che fine ha fatto lo squadrone che schiaccia tutti con la sua supremazia fisica e tecnica? Insomma tutti assenti all’appello-scudetto. Nessuno si è salvato, fatta eccezione per il «vecchio» Figo che ormai sta scrivendo sui campi una specie di testamento sportivo prima di andare all’incasso nei paesi arabi.
Per fortuna di Moratti, di Mancini e dei giocatori i punti di vantaggio sulla Roma sono ancora tanti. Un patrimonio accumulato nell’inverno non ancora dilapidato ma certamente buttato un po’ al vento.
Quella dell’Inter ci sembra la classica sindrome da filo di lana; quella paura che ti attanaglia quando sei vicino al grande traguardo. Un timore e un tremore che pigliano alle gambe, allo stomaco e alla testa chi non è abituato a vincere e chi sa di poter diventare grande ma non lo è ancora. È una sindrome abbastanza diffusa nello sport che Mancini ora deve curare e debellare, possibilmente prima di domenica: un altro scivolone nerazzurro e un altro successo della Roma, nonostante il patrimonio accumulato, potrebbe davvero provocare un black out questo sì tutto nerazzurro e potrebbe rispolverare i fantasmi di quel fatidico 5 maggio 2003 all’Olimpico di Roma.
È un’ipotesi da non prendere neppure in considerazione. Mancini porti tutti i suoi ragazzi davanti a uno specchio, li convinca che sono belli e bravi e li mandi di fronte al prossimo esaminatore - il Siena - con la certezza che il programma è stato svolto nel migliore dei modi, che lo scritto è stato superato in maniera più che brillante e che queste ultime interrogazioni sono una formalità. Da vincere, però.