Ora la Margherita è nei guai

Arturo Gismondi

Gavino Angius ha un'aria rapita ogni volta che ripete, a «Porta a porta», che le elezioni primarie sono state «un grande evento democratico». Sarebbe più giusto parlare di un evento organizzativo, visto che gli elettori non avevano proprio niente da decidere: in corsa era uno solo, Prodi, e lo era anche per gli altri sei o sette candidati i quali badavano a ripetere, come Pecoraro Scanio, che «un voto dato a me rafforza Prodi». Lo stesso Bertinotti puntava solo a confermare se stesso come esponente della sinistra alternativa, oggi nella coalizione, domani nel governo.
Tutti, comunque, hanno fatto la loro parte nel portare a votare milioni di persone, a tutti vanno i complimenti per l'impresa, che non è da tutti. Anche perché non è da tutti disporre di una base di massa tanto paziente, o gregaria, da uscire di casa e mettersi in fila per introdurre nell'urna una scheda del tutto inutile, destinata a confermare una decisione già presa da altri e chiaramente inamovibile.
Visti i risultati, si fatica a capire la soddisfazione esibita dagli autori principali del trionfo prodiano, si parla anzitutto di Fassino e Rutelli, leader dei due partiti che più di altri hanno sostenuto Romano Prodi. Il risultato si presenta come difficile da gestire, visto che ha consegnato al Professore la forza di imporre la sua soluzione politica, quella di farsi eleggere al suo modo preferito, una lista dell'Ulivo da approntare tutta per lui. A guardare bene, Prodi è riuscito a rovesciare clamorosamente la strategia politica della Margherita, ma anche quella dei Ds.
E infatti. La Margherita rinuncia di colpo a una autonomia conquistata con fatica nei mesi scorsi, e alla ambizione di Rutelli di proporsi come calamita di quegli elettori moderati senza i quali è difficile vincere le battaglie elettorali vere, quelle combattute contro avversari decisi a renderti difficile la vita. In più, la resa della Margherita ha inflitto un colpo duro alla credibilità di un leader, Rutelli, che nei mesi scorsi non aveva demeritato dal punto di vista del suo partito, e della coalizione.
Quanto a Fassino, dovrà pagare anche lui un prezzo. Dovrà anche lui rivedere la sua strategia, e non solo perché dovrà studiare meglio, come ha detto, il riflesso della lista Ulivo con una legge elettorale basata sul proporzionale, meno propizia alle ammucchiate, ma anche perché nel cedere alle aspirazioni autonomiste di Rutelli aveva messo in conto un successo rotondo per il suo partito, che avrebbe regolato sul campo il tema dell'egemonia nella coalizione, che sta molto a cuore non solo al «correntone» ma anche a una parte non secondaria del partito al quale dà voce D'Alema.
In definitiva le «primarie all'italiana», evento senza precedenti come si assicura, ha rovesciato nel suo contrario una situazione assurda per suo conto, quella di avere collocato alla guida della coalizione - e domani dell'eventuale governo - un “Re senza terra”, un “generale senza esercito” facendone una sorta di padre-padrone, una figura tutto considerato ingombrante e artificiosa comunque dotata di un potere che prima o poi verrà a contrasto con la strategia di questo o quel partito come avvenne nell'indimenticato 1998.
Al momento non tutto è risolto e sarà un problema far tornare tutti i conti. Intanto la conclusione alla quale si è arrivati, sì all'Ulivo ma solo alla Camera, non va bene ai “prodiani”, fra i quali c'è chi è tentato di forzare la situazione avendo di riserva una seconda carta, quella di una lista prodiana temuta come la peste dalla Margherita perché equivarrebbe a una scissione dolorosa, e niente affatto gradita ai Ds che meno della Margherita ma che qualche prezzo in termini di voti finirebbero per pagarlo anche loro.
C'è poi la condizione posta da Rutelli che rappresenta il punto terminale della sua fuga in avanti, il partito unico che avrebbe una proiezione in Europa con l'uscita della Quercia dal Pse. Fassino non ne vuol sapere, inoltrarsi su quel terreno significa oltre a tutto abbordare un tema difficile, la disputa nei Ds fra coloro che immaginano un partito assestato fra i socialisti del continente, e l'ipotesi «kennediana», cara a Veltroni e non solo, di un partito democratico all'americana. Due varianti sulle quali, qualche giorno fa, si spendevano da una parte il Corriere con Angelo Panebianco, da un'altra La Repubblica con un fondo di Ezio Mauro.
L'Ulivo comincia intanto col perdere un pezzo perché lo Sdi è impegnato nella formazione di un soggetto politico radical socialista. E Boselli sostiene che l'alleanza elettorale oggi, una unità politica domani che metta insieme Ds e Margherita contiene in sé posizioni e valori diversi per esempio rispetto al mondo cattolico, come gli eventi e le polemiche di questi mesi sulla legge 40 e sul referendum avviato dalle firme raccolte dai radicali e dai Ds hanno reso chiaro. Con l'aggiunta di Pannella, il nuovo soggetto politico radical socialista non mancherà di far pesare questi argomenti.