Ma ora meno sindacati e più "Tea Party"

La consapevolezza che l’Italia rischia grosso è un primo passo.<br />
Ma
ora c’è bisogno di più Tea Party e meno sindacato; c’è insomma necessità
di qualcuno che proponga le uniche medicine utili...

La lettera dei giorni scorsi firmata da sindacati e associazioni di categoria, l’ultimo intervento del premier dinanzi a deputati e senatori e infine, ieri pomeriggio, il lungo incontro pomeridiano tra parti sociali e governo attestano almeno una cosa: che si inizia a percepire la drammaticità della situazione in cui ci troviamo e, di conseguenza, l’urgenza di porvi rimedio. Che si parli di «attacco speculativo» o di «giudizio dei mercati», si sta comprendendo come un’Italia che non cresce da un decennio e con un debito pubblico superiore al 100% del Pil è, sempre più, un Paese a rischio. Il crollo di Atene, ma anche gli smottamenti di Madrid e Dublino, obbligano a una svolta in direzione della sobrietà.

Un cambiamento di prospettiva si era già avvertito quando maggioranza e opposizione hanno approvato - sospendendo per un attimo le solite ostilità polemiche - quella manovra correttiva dei conti che si sperava potesse porre al sicuro l’economia nazionale.
Se ci si va persuadendo della necessità di una nuova politica economica, ben pochi sembrano sapere «cosa» è davvero urgente fare. Quasi nessuno - tra politici o sindacalisti - pone al centro dell’attenzione la necessità di ridimensionare veramente lo Stato, tagliare le spese e privatizzare quel parastato al centro di scandali e fonte di inefficenze. Solo una minoranza vuole liberalizzare sul serio le professioni, e anzi persiste una sorta di consenso bipartisan a difesa delle corporazioni. Manca poi la volontà di aprire i mercati ed è emblematico, ad esempio, che l’ultima legge sull’editoria abbia addirittura eliminato la possibilità di sconti sui libri.

Quando sindacalisti e politici dichiarano primario far ripartire l’economia, le loro dichiarazioni sono semplicemente banali. Se poi l’accordo è sulla necessità di far ripartire le opere pubbliche e creare lavoro con i soldi dei contribuenti, è perfino peggio: siamo dinanzi a dottori ben lontani dall’aver compreso di cosa soffre il malato. Organizzazioni di categoria e classe politica appaiono incapaci di limitare i propri poteri e, soprattutto, suggerire soluzioni dolorose: anche se il rigore è necessario e ogni rinvio può essere letale. La consapevolezza che l’Italia rischia grosso è un primo passo.
Ma ora c’è bisogno di più Tea Party e meno sindacato; c’è insomma necessità di qualcuno che proponga le uniche medicine utili. Anche se possono essere molto amare.