Ora Parisi vuole arruolare i padri della Costituzione

Paolo Armaroli

Per il momento il Partito democratico, o dei democratici, non è stato neppure concepito. Ma Arturo Parisi, stretto collaboratore e antico amico di Romano Prodi, è un uomo impaziente. Pur consapevole che nessuno saprebbe dire se e quando il predetto partito vedrà la luce, lui se ne sta già in sala parto in attesa del lieto evento. Per ammazzare il tempo, non avendo null’altro di meglio da fare, si è strizzato il cervello. E, pensa e ripensa, alla fine ha avuto una idea geniale. A riprova, perbacco, che non per niente si è professori universitari.
Parisi, familiarmente chiamato negus da D’Alema per una qual certa somiglianza con l’imperatore d’Etiopia Hailé Selassié, in matematica è una schiappa. Pallottoliere alla mano, il 9 ottobre 1998 garantì a Prodi che avrebbe brillantemente superato l’ostacolo della questione di fiducia posta alla Camera sulla risoluzione Mussi e altri. Invece, per un punto, Martin perse la cappa. E così Prodi dovette discendere precipitosamente le scale di Palazzo Chigi che di lì a poco D’Alema avrebbe salito con baldanza. Grazie a un ribaltone, guarda caso, che capitò a fagiolo. In compenso, Parisi è un pozzo di scienza politica. Così, in men che non si dica, si è inventato un improbabile albo genealogico. Dove c’è tutto e il contrario di tutto.
Aldo Cazzullo, inviato del Corriere in quella Bologna dove ha sede la fabbrica prodiana di un programma del quale non si sa nulla di nulla, non ha avuto difficoltà tempo fa a riempire di getto quattro colonne. Per forza, gli è bastato citare i nomi dei padri nobili i cui ritratti Parisi, già che c’era, aveva attaccato al muro. Erasmo da Rotterdam e Bob Dylan. Roosevelt e Stravinsky. Kant e Rosa Parks. Havel e Sacharov. Sant’Agostino e Tommaso Moro. Brandt e Tocqueville. E via fantasticando. Senza rendersi conto che tanti bei nomi messi in fila a casaccio formano una torre di Babele. Che, come simbolo dell’eventuale nuova creatura politica, volta a unire Ds, Margherita e chi ci sta, non fa una piega. Dopo di che, in vena di ricordi, Parisi afferma: «Qualche anno fa Fassino mi disse: nelle nostre sezioni abbiamo Gramsci e Berlinguer, in quelle Dc c'erano De Gasperi e Moro. Quali ritratti porteremo nelle sezioni di questo tuo partito democratico? Gli ho risposto: tutti i padri costituenti».
Con queste parole il buon Parisi aggiunge confusione a confusione. Tant’è che Cazzullo si sentì in dovere di ribattere che non tutti i padri fondatori della nostra Costituzione la pensavano allo stesso modo. Proprio così. Se soffre di amnesia, Parisi si rilegga i resoconti della discussione sul progetto di Costituzione. E dovrà ricredersi. Benedetto Croce constatò che ciascun partito tirava l’acqua al suo mulino e che a una mirabile concordia di parole si contrapponeva una discordia di fatti. Dal canto suo Piero Calamandrei rilevò che «sugli scopi, sulle mete, sul ritmo di questa rivoluzione ancora da fare, i componenti di questa Assemblea, i componenti della Commissione dei 75, i componenti delle singole Sottocommissioni, non erano e non sono d’accordo». E poco dopo ribadì che le diecine di tendenze presenti all’Assemblea costituente «non sono d’accordo su quello che debba essere in molti punti il contenuto di questa nostra Carta costituzionale».
E allora, pover’uomo, come la mettiamo? Parisi si crede più furbo di una volpe. Vuole darci a bere che all’Assemblea costituente tutti filavano d’amore e d’accordo non a caso. Spaccia un falso allo scopo di costruire un partito pigliatutto. Ma, come gli apprendisti stregoni, rimarrà vittima dei propri artifici. Perché il Partito democratico, se mai nascerà, sarà un trovatello. O, peggio, un figlio del Pci, del Psi frontista e della Dc di sinistra del tempo che fu. Figlio di fantasmi e nulla più.
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