Ora il Pd si vergogna anche degli auguri a Silvio

Subito smentita dal portavoce di Bersani la telefonata ad Arcore nel
giorno di Natale.
Berlusconi però non molla: siamo il partito dell’amore, dobbiamo
puntare sul confronto. <a href="/interni/lintervista__giorgio_stracquadanio/28-12-2009/articolo-id=409728-page=0-comments=1"><strong>Stracquadaino: &quot;Una sinistra più autorevole se sosterrà le nostre riforme&quot;</strong></a>

Roma - Se la ride un po’ Silvio Berlusconi. Perché il fatto che un’eventuale telefonata tra lui e Pierluigi Bersani possa diventare motivo di imbarazzo per il segretario del Pd la dice lunga sullo stato dei rapporti tra maggioranza e opposizione. Ed è con questo spirito che il Cavaliere - ieri alla prima uscita da Arcore per una puntata di un’ora a Villa Gernetto, sede dell’università liberale che il premier sta realizzando a Lesmo - segue l’evolversi della giornata. Con il portavoce del leader democratico che già alle undici di mattina smentisce «colloqui natalizi» tra i due, mentre Dario Franceschini e compagni già mettono sotto processo la linea eccessivamente dialogante di Bersani. Un solo capo d’accusa: inciucio. Già, perché se la visita al San Raffaele di Milano dopo l’aggressione in piazza Duomo era un atto dovuto, una telefonata di auguri è davvero troppo per chi nel Pd continua a sostenere che un confronto sulle riforme con Pdl e Lega è pressoché impossibile.

Ed è proprio il giallo della telefonata di Bersani al Cavaliere a tenere banco per tutta la giornata. Con Paolo Bonaiuti - fu proprio lui l’artefice del faccia a faccia al San Raffaele - che conferma la smentita del segretario del Pd. «Non mi risulta che si siano sentiti», spiega il sottosegretario alla presidenza del Consiglio per fugare ogni dubbio. Che in verità resta, perché sono in molti a sostenere che un qualche contatto ci sia stato - c’è chi ipotizza una telefonata di Bersani a Gianni Letta per discutere della candidatura di Massimo D’Alema al Copasir - e perché sarebbe davvero contro ogni bon ton istituzionale che Bonaiuti smentisse il segretario del Pd.

Quale sia la verità, peraltro, poco importa. Perché, spiega un ministro vicino al Cavaliere, «il fatto che il capo dell’opposizione sia costretto a vergognarsi solo dell’eventualità di una telefonata al capo del governo» è «il termometro di quale sia lo stato in cui versa il Pd». La conferma delle perplessità che Berlusconi continua a manifestare in privato sulla effettiva possibilità di un dialogo per le riforme. Il Pd - è il senso del ragionamento del premier - non si sgancerà mai davvero da Di Pietro e non riuscirà a mettere all’angolo la fronda interna. Nomi e cognomi li fa Bonaiuti, convinto che «Franceschini e Veltroni» stiano «remando contro dall’interno». Dall’esterno, invece, ci pensa l’Italia dei valori, con l’ex pm che non fa altro che «sparare cannonate».

Anche per questo Berlusconi è deciso a insistere sulla via del confronto, tanto da lanciare quasi come una sorta di slogan il cosiddetto «partito dell’amore». Perché se perfino dopo l’aggressione di piazza Duomo c’è stato chi ha puntato il dito contro il premier (non solo Di Pietro ma anche il presidente dell’assemblea nazionale del Pd Rosy Bindi), ora è arrivato il momento di «togliere ogni pretesto». Di qui l’insistenza sulle riforme e sul confronto, nonostante perplessità e dubbi che Berlusconi certo non dimentica. Tanto che ieri, sempre in privato, non esitava a definire «incredibile» l’intervista di Franceschini a Repubblica. Che non è troppo piaciuta neanche a Bonaiuti, perché «non si può parlare di leggi ad personam davanti a una giustizia che è ad personam».

Tra l’altro, sulla via del dialogo tra maggioranza e opposizione ci sono proprio il processo breve e il legittimo impedimento che a gennaio riprenderanno il loro iter parlamentare. Due provvedimenti su cui Berlusconi è intenzionato ad andare avanti e che difficilmente non vedranno salire sugli scudi l’Idv e una parte del Pd. Insomma, la strada del confronto resta decisamente in salita, a prescindere da quante telefonate si facciano Berlusconi e Bersani. Che, spiega Osvaldo Napoli, «deve trovare la forza di chiudere il congresso» visto che Franceschini «parla come se la corsa alla segreteria fosse ancora aperta e pone pesanti paletti all’azione di Bersani». Secondo il vicepresidente dei deputati del Pdl, insomma, il punto è capire quale sia davvero la linea del Pd e chi la rappresenti.

Un nodo che deve essere sciolto a breve, visto che il tempo disponibile per cercare seriamente di sedersi a un tavolo è quello che è. Lo sa bene anche Bonaiuti, da sempre uno dei più convinti sostenitori della via del dialogo. Per le amministrative, infatti, si vota a fine marzo ed è chiaro che «nei due mesi di campagna elettorale che precederanno il voto sarà davvero difficile un confronto sulle riforme». Anche per questo nelle sue conversazioni private il Cavaliere non manca di ripetere che il pallino è in mano alla maggioranza: «Bene le riforme condivise, ma meglio riforme a maggioranza che niente». Per usare le parole del capogruppo al Senato Maurizio Gasparri, «siamo aperti al confronto, ma consapevoli di dover decidere».