Ora la piccola Rubina odierà anche le favole

La bimba premio Oscar del film <em>Millionaire</em> <strong><a href="/a.pic1?ID=345076">venduta dal padre a un finto sceicco</a></strong>. La condanna più dura è ritrovarsi per sempre come Cenerentola dopo aver vissuto una grande illusione 

Come certi calciatori tristi, solitari y final, che tornano nella loro favela, tra il fetore di piscio stantio e la puzza di povertà che quando ci sei nato poi non te la scrolli più di dosso, anche se il tuo conto in banca racconta una storia diversa e tutte le domeniche la tua faccia passa in tv.
O come certi kosovari che hanno fatto i soldi a Zurigo, spacciando eroina, ma tornano nelle strade di fango di Pristina da cui erano stati spurgati, a rimediare qualche pallottola, perché è lì che si gioca il loro destino e non c'è niente da fare.

O come quei mendicanti bambini calati dalle pianure della Pannonia, che chiedono l'elemosina allungando verso i passeggeri un bicchiere di carta consunto, con il logo della Coca Cola, mentre il padre strapazza un violino nel metrò. E hanno perfino un'aria contenta, quando non dormono in piedi.
È a questa umanità derelitta, misteriosamente perseguitata dal karma della sfortuna e dell'infelicità, che sembra appartenere Rubina Ali, la piccola star di «The Millionaire». Otto Oscar, un successo mondiale, un trampolino dal quale balzare nel mondo dorato di Hollywood, o quantomeno in quello di Bollywood, la mecca del cinema indiano. E invece. Dice invece la storia che potete leggere qui sopra che il padre della bambina da Oscar progettava di venderla a un riccone del Golfo per duecentomila sterline.

Se sia vero o no (il padre smentisce. E la bambina, poveretta, pure; ma sembrano smentite di circostanza, in qualche modo obbligate) non è poi così importante. Quel che sorprende, e urta, e addolora, di questa storia, è che Rubina Ali fosse tornata a vivere nel suo slum di Bombay, nella miserabile baracca di lamiera e cartone in cui era nata e cresciuta, e i genitori e i fratelli con lei, come se nulla fosse accaduto. Come se la grande avventura: il film, e il suo viaggio a Hollywood, e la notte degli Oscar, con quel fantastico vestitino che le avevano fatto indossare, e la cascata di applausi, e i grandi attori americani che l'avevano sommersa di complimenti e di bacetti, e i riflettori della tv: come se tutto questo, davvero, fosse stato un sogno, e non la realtà.

Chi ha raccontato la storia - un giornalista di News of the World spacciatosi per un ricco sfondato di Dubai intenzionato ad adottare Rubinav- giura che la decisione del padre sventurato era scaturita dal fatto che la produzione della pellicola (che ha incassato finora 160 milioni di dollari: diconsi centosessanta milioni di dollari) aveva assoldato i protagonisti del film, presi di peso da una autentica baraccopoli di Mumbai, pagandoli una fesseria. Una manciata di banconote che lì per lì, naturalmente, erano sembrate un colpo di fortuna a Rafiq e ai genitori degli altri bambini che hanno fatto la fortuna del film. Senonché, in capo a pochi mesi, quei denari erano sfumati, lasciando la famiglia di Rubina nella miseria nera da cui per un momento si erano sollevati.

Eppure sarebbe bastato poco, ai tycoon californiani che hanno prodotto il film. Vista la montagna di palanche che il film ha fruttato, sarebbe stato bello, equo e solidale se i Paperoni di Hollywood avessero deciso di elargire un vitalizio ai protagonisti bambini del film, consentendo alle loro famiglie di uscire dal pozzo nero della miseria ma vincolandole a dare un'istruzione e un futuro più decente a quei ragazzi.

Storia con un atroce retrogusto, e una perfida morale, se si guarda bene. Perché il dramma non è nascere e passare tutta la vita in una baraccopoli. Ci si adatta, come la storia di Adriano, prima che diventasse una star, insegna. Come insegnano le vite, misteriosamente sorridenti, di milioni di bambini addirittura più felici, con la loro baracca di cartone e lamiera, e una palla fatta di stracci, di tanti loro coetanei pieni di oggetti nelle loro belle case di cemento in cui non manca niente, tranne un po' di affetto, di attenzione, di sentimenti autentici. E di autentica allegria.
Non era poi così male la vita di Rubina, nel suo mondo povero e colorato. Nelle favole può accadere che una fata trasformi con un colpo di bacchetta magica la tua zucca in una scintillante carrozza. Ma se la magia dura solo una notte, e l'indomani ti ritrovi di nuovo e per sempre nei panni di Cenerentola, allora ti vien voglia di odiare anche le favole.

Se non che, a conti fatti non si sa più chi biasimare in questa storia: se il padre senza cuore, disposto a cedere una figlia in cambio di una bella mazzetta di soldi, o gli spietati nababbi della produzione americana, che al posto del cuore si sono ritrovati una palla di stracci con cui non si può neanche giocare. Si sa solo chi compiangere, in questa storia: si chiama Rubina, la bambina che un giorno era stata una stella.