Ora Pinko conquista il cuore di Milano con un negozio evento

«Oggi per chi fa moda accostarsi al design è d'obbligo, soprattutto per allontanare i negozi dal rischio della serialità». Parola di Pietro Negra, presidente di Pinko, che il 10 aprile, in pieno Salone del Mobile, inaugura un nuovo store a Milano, in via Montenapoleone. Un esempio perfetto di come design e arte contemporanea possano esaltare lo stile architettonico preesistente (fra gli anni 20 e gli anni 30) rendendo unica questa boutique, che stupisce tutti con Oculus, imponente installazione dell'artista Steven Scott. La boutique milanese si va ad aggiungere ai nuovi progetti di Faubourg Saint Honoré a Parigi, di South Molton a Londra e di località esclusive come Forte dei Marmi, Porto Cervo e Saint Tropez, tutti firmati dallo studio di Massimiliano Locatelli che parte da un presupposto: «Conservare i valori architettonici preesistenti».
Ogni boutique Pinko dunque ha uno stile diverso?
«Stiamo progettando negozi unici per valorizzare il contesto che ci ospita. Per quello di Saint Tropez ci siamo ispirati a un vecchio deposito di barche, per Milano ai palazzi anni 20 e 30, per Parigi a Versailles. Siamo contrari al format che si impone in modo invasivo. Preferiamo essere rispettosi».
Cosa rende più simile un capo d'abbigliamento a un pezzo d'arredamento?
«La moda vive lo stimolo della stagione, l'arredamento è più duraturo, ma ci sono molti punti in comune: oggi anche un certo tipo di design segue le tendenze, e d'altra parte ci sono capi che possono essere conservati nell'armadio e ripescati, con grande soddisfazione della cliente».
La tendenza infatti è recuperare: voi come invogliate all'acquisto?
«Si vende solo se si induce il cliente all'emozione e al desiderio dell'acquisto. Per questo gli arredi e il design del negozio sono importanti. Ancor prima del valore del prodotto bisogna considerare il progetto architettonico, oltre alla disponibilità del personale, naturalmente...».
Sempre più spesso i marchi fashion debuttano con collezioni d'arredo. Ci state pensando anche voi?
«Mai dire mai. Oggi però siamo concentrati sui valori fondamentali del brand, che è come un locomotore: se hanno tanti vagoni si deve essere sempre più forti, altrimenti si rischia di diluire il valore del brand. Più licenze e brand extension si fanno, più si fa confusione. Il nostro è un dna preciso, molto femminile, abbiamo rifiutato diverse volte anche l'uomo».
Però anche lei sarà d'accordo che la settimana della moda debba prendere spunto dal Fuorisalone.
«Quello delle sfilate è un mondo chiuso: bisogna imparare dal Salone e aprire le porte a tutti, rendere i negozi più attrattivi, creare eventi e iniziative libere e democratiche. Ora che siamo anche in Montenapoleone, sicuramente faremo qualcosa».