Ora la Procura chiede l’indulto La pena si può ridurre di 3 anni

L’iniziativa è del Pg di Torino. L’avvocato Grosso: «Non mi sorprende, è una misura scontata, non potranno non applicarla»

da Torino

Il primo a tendere la mano è stato il procuratore generale di Torino, Vittorio Corsi. Proprio lui. L’uomo che per un anno e mezzo ha dato battaglia in aula e ha rappresentato l’accusa nel processo d’appello, il magistrato che al termine di una lunga e dura requisitoria aveva chiesto la conferma della condanna di primo grado a trent’anni di carcere per Annamaria Franzoni. È stato lui, ieri mattina, a chiedere per la mamma di Cogne l’applicazione dell’indulto. Indulto che, se verrà effettivamente applicato, garantirà alla donna uno sconto di tre anni sulla pena finale di sedici.
Spetterà comunque alla Corte d’appello di Torino l’ultima parola. Saranno infatti i giudici dell’appello a decidere se ratificare o meno la richiesta giunta ieri dalla Procura generale. Se l’invito del pg Corsi verrà accolto, allora ad Annamaria Franzoni resterebbero da scontare non più sedici, ma tredici anni di reclusione. È una possibilità nuova, uno scenario finora mai preso seriamente in considerazione. La ragione è semplice: Annamaria Franzoni non ha ancora regolato i conti con la giustizia italiana. C’è infatti un altro procedimento giudiziario di cui è protagonista, un’inchiesta non ancora conclusa e in fase di indagini preliminari. È il Cogne bis, il fascicolo aperto dalla Procura di Torino dopo il famoso sopralluogo effettuato dalla difesa nell’estate 2004 nella villetta in cui venne ucciso Samuele. Durante quel sopralluogo vennero scoperte nuove tracce e la difesa indicò in un guardaparco di Cogne l’assassino di Samuele. Ma per la Procura di Torino quelle tracce erano false, per questo motivo undici nomi vennero iscritti nel registro degli indagati con le accuse di calunnia e frode processuale. Fra quei nomi c’è pure quello di Annamaria Franzoni, motivo per cui la Corte d’Assise d’appello non aveva concesso l’indulto al momento della condanna di secondo grado. La tesi dei giudici era che, in caso di condanna dell’imputata anche nel Cogne bis, l’indulto dovesse essere applicato sulla pena cumulata. La Procura generale, però, ha imboccato l’iter verso l’applicazione immediata, in quanto la sentenza di condanna per l’omicidio è ormai diventata irrevocabile.
Ma è davvero finita per Annamaria? L’ultima parola, forse, non è ancora stata scritta. C’è una speranza. Piccola, remota, quasi irrealizzabile. Ma lei vuole provarci, vuole continuare a pensare che non sia ancora finita, che da qualche parte esista la possibilità di ritornare a casa, di riabbracciare il marito Stefano e i figli Davide e Gioele. Questa speranza si chiama «revisione», un istituto previsto dal nostro codice di procedura penale e capace di rimettere tutto in gioco. «Ma servono nuove prove, elementi non ancora conosciuti», spiega l’avvocato difensore Paolo Chicco. «È l’unica possibilità che abbiamo per riscrivere il finale di questa storia». Ma non prove qualsiasi, «servono prove granitiche, inattaccabili. Prove capaci di sradicare tutti punti fermi che hanno inchiodato l’imputata Annamaria Franzoni a una pena finale e definitiva di 16 anni di carcere». Ma di definitivo, forse, in questa storia non c’è neppure la condanna confermata dai giudici della Cassazione. «Per ora non possiamo fare altro che accettare quanto deciso dai giudici romani - prosegue Chicco -, ma noi non ci arrendiamo, non gettiamo la spugna. Continueremo a indagare, a cercare. Proveremo a capire se qualcosa ci è sfuggito in questa vicenda, magari con l’ausilio di nuove tecniche scientifiche. Ma ci vorrà del tempo, occorrerà lavorare seriamente e non fermarsi mai, rimettersi in marcia già da questo momento». E se emergessero nuovi elementi? «Be’, in quel caso prepareremmo un dossier con i nuovi elementi di prova e lo consegneremmo ai giudici della Corte d’appello di Torino. Toccherebbe a loro valutare le prove e stabilire se possiedono la forza necessaria per riaprire il caso». È questa la strada da seguire. Ne è convinta anche Paola Savio, l’avvocato che aveva difeso la Franzoni in aula: «Il procedimento ha esaurito i suoi gradi - spiega -, ma il nostro ordinamento prevede anche l’istituto della revisione. Del resto, di fronte a una donna che si è sempre proclamata innocente e che ci chiede che cosa si può fare, è giusto spiegarle che esiste la revisione».