Ora Prodi fa il duro ma non piega la sinistra

An: è molto debole e senza maggioranza, getta discredito sulla nazione

da Roma

«Questa è la nostra linea di politica estera, ed è il massimo che si può fare: non ci si chieda né di più, né di meno», avvertono da Palazzo Chigi.
Gli alleati dell’Unione dunque sono avvisati: la «lenzuolata» affidata ieri da Romano Prodi alla Repubblica, col titolo «La pace è fatica, azioni concrete e non demagogia», è la linea del Piave di un governo che ritiene di aver già dato «il massimo» in termini di «discontinuità» con il precedente esecutivo, ma che non può certo mettere in discussione le alleanze fondamentali, a cominciare da quella con gli Usa, nè sottoporle a strappi per tenere buona la base pacifista e antiamericana di Rifondazione, Verdi, Pdci e parte dei Ds. Prodi elenca le cose «buone» che non possono non piacere alla sinistra dell’Unione: il ritiro dall’Irak, la chiusura di basi come la Maddalena, l’intervento militare in Libano dopo la guerra con Israele, la campagna contro la pena di morte. «Questa è la via della pace», conclude, e il messaggio politico agli alleati riottosi è chiaro: quel che potete rivendicare di aver incassato è molto più del sì che dovete garantirci su Afghanistan e Vicenza.
E però agli alleati non basta. «Apprezziamo la lettera di Prodi - concede il capogruppo verde Bonelli - ma la decisione di costruire la base di Vicenza è stata sbagliata, e ora va trovata una soluzione. E in Afghanistan bisogna diminuire l’impegno militare». Il Pdci dice «più uno»: da Kabul bisogna «ritirarsi»: «Su questo punto permangono le differenze», constata Galante, che ha buon gioco a ricordare: anche in Irak l’azione militare da un certo punto in poi è stata appoggiata dall’Onu, ma l’Italia se ne è andata lo stesso. «Sarebbe coerente far cessare la partecipazione militare italiana anche alla guerra in Afghanistan». Per il Prc parla il responsabile pace Alfio Nicotra: «La pur positiva lettera di Prodi non porta però nessuna argomentazione plausibile per il sì alla nuova base Usa di Vicenza», e se «dopo cinquant’anni di convivenza con la militarizzazione Usa una intera città si ribella, allora c'è un problema che va indagato e che non può essere liquidato con acritici attestati di fedeltà agli Stati Uniti».
Insomma, tira le somme il sottosegretario verde all’Economia Paolo Cento, «i passi di politica estera indicati da Prodi nella sua lettera aperta ai pacifisti sono tutti condivisibili e da noi condivisi. Ma tutta questa azione positiva è stata inficiata dalla scelta di dire sì agli Usa sulla base Dal Molin».
La mossa del premier insomma non è stata risolutiva, e forse neppure lui pensava potesse esserlo. Prodi sta cercando di preparare il terreno per un appuntamento ormai inevitabile, quello di un vertice di maggioranza. Impegno che è stato costretto a prendere con Napolitano, che invece avrebbe preferito un’immediata verifica in Parlamento sulla politica estera. La sinistra dell’Unione insiste da ieri perchè il vertice slitti a dopo la manifestazione di Vicenza, il 17 febbraio, quando gli animi pacifisti si saranno sfogati. E Prodi era stato tentato di concedere la dilazione, e di convocarlo al suo ritorno dalla missione in India che inizierà il 10. Ma ieri sera a Palazzo Chigi sembravano giunti alla conclusione che è meglio non passare altre settimane sulla graticola, e che il summit deve essere fissato subito: mercoledì la data più probabile. Il tema del vertice però va circoscritto alla politica estera, mentre dagli alleati arrivano pressioni per allargare la verifica a tutta l’agenda di governo. I Verdi chiedono di discutere anche di clima e di «avviare una verifica sulle politiche energetiche che alcuni ministri hanno avviato», con l’obiettivo di contestare Bersani. Il Prc vuole un «tagliando complessivo della maggioranza», con l’intenzione di attaccare i centristi. Ma anche la ds Marina Sereni chiede «un chiarimento anche su altre materie, a partire dalle coppie di fatto», perchè dopo lo strappo dell’Udeur bisogna «chiarire cosa accadrà in Parlamento quando si discuterà il ddl del governo».
Se si arrivasse così al vertice, il rischio di totale incartamento è assai alto. E intanto dall’opposizione Fini incalza: «Un governo senza maggioranza in politica estera getta discredito sull’Italia». Tuona Casini: «È in mano agli estremisti, si dimetta».