Ora Prodi teme la verità di Strada

Roma - A preoccupare il governo, più che gli attacchi dell’opposizione, sono le tensioni sempre meno nascoste con Emergency e con la Repubblica. Il cui direttore, Mauro, ieri è sceso in campo a difendere Emergency: «Giustamente Strada ritiene che si sia venuti meno ai patti», che «prevedevano che lui si muovesse, e si è mosso: ma poi ha visto arrestato il suo mediatore», e siccome il garante di quei «patti» avrebbe dovuto essere il governo italiano, è chiaro che l’accusa è rivolta a Palazzo Chigi. «Ma quali patti!», sbotta il sottosegretario agli Esteri Vernetti, dl: «I patti li hanno rotti i Talebani, sgozzando l’ostaggio che dovevano liberare. Emergency vive in un mondo alla rovescia».

E alla Camera, D’Alema ha sostanzialmente scaricato l’ambiguo Hanefi, spiegando che il governo ha già fatto quanto poteva fare, che cercherà di verificare che abbia un processo equo, ma che «non può certamente liberare Hanefi, il quale è accusato dalle autorità del suo paese di reati». E da quelle accuse tutto fa, D’Alema, tranne che prendere le distanze, come invece ieri mattina reclamava il portavoce di Emergency, Vauro Senesi, chiedendo che il governo, in sostanza, garantisse per colui al quale ha affidato la gestione di ben due sequestri. Anzi, il ministro degli Esteri per la prima volta fa capire che il giornalista italiano sarebbe stato attirato in una trappola dai suoi «contatti»: «E se Mastrogiacomo era atteso, qualcuno la trappola deve averla preparata: o uno dei suoi accompagnatori, ma sono morti, o colui che poi si è incaricato della mediazione», fa notare il ds Peppino Caldarola. Che sottolinea come D’Alema oggi abbia «negato copertura diplomatica a Emergency, e ora il fronte di scontro con Gino Strada rischia di diventare drammatico. In gioco c’è la sopravvivenza stessa della sua potente organizzazione, e se Strada decide di parlare, può tenere sotto schiaffo il governo. E senza dubbio riscuotere cambiali anche con Repubblica».

E che nel governo ci sia una sorda irritazione verso la Repubblica, D’Alema lo ha fatto capire in diversi passaggi, accusando in sostanza chi ha avallato la missione del giornalista in un zona di cui si conosceva il livello di rischio, di aver fatto pagare gravi «costi a danno dell’intero paese» per liberare il rapito. D’altronde, nei giorni del sequestro le pressioni della «corazzata» Repubblica sul governo perché si arrivasse alla liberazione dell’ostaggio, investendo sul canale Emergency, furono molto forti: «È stata una partita che si è giocata direttamente tra Prodi e Mauro», confida un esponente di governo, «e che ha scavalcato Farnesina e Difesa, creando tensioni e malumori. Non si era mai visto un premier che di persona telefonava sei-sette volte al giorno a Karzai...».