Ora «Repubblica» tifa per i maleducati

Non sai mai chi c’è dietro lo sportello. Lo statale può essere simpatico, professionale, sgarbato, preciso, amichevole, irritante, competente, sintetico, sarcastico, sbuffante, diligente, sgradevole o una soluzione acida di malavoglia e frustrazione. Lo statale è un uomo. Lo Stato italiano nei secoli tende a peggiorarlo. Tutti sperano di beccare quello buono, bravo e simpatico, forse Repubblica lo vuole carogna. E qualche volta capita.
Tu arrivi lì e cerchi con un sorriso di corrompere il mezzobusto allo sportello. Lui (o lei) sbuffa. Parla con un collega. Scartabella fogli di carta senza mai alzare lo sguardo, con l’aria di chi non ha tempo da perdere con uno sfigato come te. Quando parla è sbrigativo. Tu dici: scusi, non ho capito. E lui ti scruta come si fa con l’imbecille di turno. Questa volta non c’è dubbio: sei tu. Tocca a te. Se insisti il volto scocciato dello Stato, come certi pugili di mestiere, ricorre a tutti i trucchi bastardi della burocrazia. Ti cade addosso tutta la sciatteria, il menefreghismo, l’arroganza meschina e mediocre di chi in quel momento ha in mano il tuo tempo. Che fai contro questi qui? Ti incazzi o abbozzi. Amen. La faccia sporca della burocrazia puoi solo maledirla. Il resto ti rimane nello stomaco, nel fegato, nelle vene. Non tutti gli statali sono di questa schiatta. Solo un po’. La sfiga è che toccano tutti a te.
Un amico con quattro quarti di anarchia nel sangue predica questa massima: beati i ricchi e i potenti che non devono avere a che fare con lo Stato. A tutti gli altri toccano le file agli sportelli. Ora il ministro Brunetta ha chiesto agli statali di essere gentili ed educati, per legge. Magari non serve a nulla. C’è un malcostume atavico che è difficile da estirpare. Brunetta forse si illude, ma c’è anche la possibilità che prima di sbatterti le porte in faccia lo statale ci pensi due volte. Non è che adesso mi riducono lo stipendio?
In teoria una norma del genere non dovrebbe esistere. Se uno ha rapporti con il pubblico un grazie o un prego ogni tanto può anche spenderlo. Non è che deve fare il buffone. Basta che non sia maleducato. Il motivo è chiaro. Se un commerciante o i dipendenti di un albergo ti sbuffano in faccia sai come difenderti. Dice: qui non ci metto più piede. Con lo Stato è più difficile, per quanto ci si sforzi di ignorarlo lui c’è e prima o poi devi averci a che fare. Se ti serve un certificato dall’anagrafe non è che puoi cambiare comune. Il dipendente pubblico è un monopolista. E questo è un guaio. Francesco Merlo è un siciliano cortese. È colto, incanta e sa vivere a Parigi, ma questa volta su Repubblica sta dalla parte del burocrate piccolo piccolo. Dice che Brunetta ha ideato una legge che lo mette fuorilegge. L’equazione è semplice: il ministro ha un caratteraccio più antipatico dei suoi dipendenti, quindi è il primo da bacchettare. L’equazione è semplice ma è fuori fuoco. Ammesso che Merlo abbia ragione su Brunetta, in questo caso il problema non è Brunetta. I ministri vanno e vengono. Se non ti stanno bene non li voti. Se la tua maggioranza vince mandi a casa lui e tutto il governo. Sembra un paradosso, ma lo statale carogna puoi solo ignorarlo. È lì, assunto, pagato e blindato. Fa meno danni? Forse. Ma lo incontri più spesso. Un politico sgarbato può essere un buon politico. Un impiegato pubblico maldisposto verso il pubblico fa male il suo lavoro. Forse Brunetta sarebbe un pessimo statale, ma come ministro sta cercando di risolvere dei problemi. Bene o male lo vediamo alle prossime elezioni. È la democrazia e il popolo su queste faccende è sovrano.
Merlo dice che non esiste il dovere del sorriso. Non puoi negare a un Fantozzi la libertà di grugno e frustrazione. Non c’è dubbio: la felicità è un diritto non un dovere. Ma che male c’è a pretendere la cortesia da chi lavora nel servizio pubblico? Non serve sorridere, basta che si accorgano che tu esisti, stai lì e purtroppo hai bisogno di loro.