MA ORA RIDATECI IL BANFI COMICO

Per ricordarsi che Lino Banfi è stato un bravo attore comico bisogna sperare che qualche piccola tv privata tiri fuori dai cassetti uno dei suoi vecchi film in cui, tra una battuta e un ammicco, a un certo punto si tuffava felice tra le tette di Edwige Fenech. O bisogna aspettare che dalle Teche Rai venga ripescato, insieme ad altri frammenti che rendono omaggio al vecchio Varietà, qualche suo monologo debitore dell'atmosfera da avanspettacolo, ma difficilmente pesante o di cattivo gusto, in cui il massimo della licenza spinta era Banfi che si batte ripetutamente la fronte con la mano e dice in slang pugliese «porca puttèna». Chissà se rivedremo mai il Banfi comico, il Banfi che ci faceva ridere. Ricordo di aver scritto, tempo fa, che quel Banfi in fondo ci manca, anche perché testimone di una comicità popolare legata al già citato avanspettacolo da cui è uscita gran parte della nostra tradizione comica. È un legame che non andrebbe perduto del tutto, approfittando di chi è ancora in grado di farcene ricordare il sapore. Il Banfi di oggi è quello di Un posto tranquillo 2 (lunedì e martedì su Raiuno, ore 21, quattro puntate) in cui si sdoppia: questa volta non è solo padre Raniero, guardiano di un piccolo convento in Toscana, ma anche il cattivone Rocco Mattone, un mafioso che gli assomiglia moltissimo tanto da trarre in inganno la Polizia, che arresta il povero frate. Di qui una serie di equivoci e avventure in cui Banfi mette il suo mestiere di lungo corso al servizio di un copione convenzionale, dove non manca mai un bambino strappato alla povertà da luoghi d'origine lontani, dove i tratti manieristici si riconoscono fin dalle prime riprese e tuttavia l'insieme finale corrisponde sempre all'obiettivo di fornire un racconto rassicurante per la grande platea. Qui Banfi si prende la soddisfazione di interpretare anche la parte di un cattivo, ed è un ulteriore completamento della sua esperienza professionale, già da tempo appagata del sogno (nascosto o meno) di ogni comico: quello di dimostrare di sapersi calare anche in ruoli seri. Che Banfi ci riesca, è fuor di dubbio. È persino fin troppo rilassato e a suo agio, nelle parti serie. Forse è proprio per questo che, ogni qual volta un comico passa sull'altra sponda interpretativa, in genere si ha la conferma di quanto sia più difficile far ridere. Di quanto l'articolazione del linguaggio comico sia più ricca, impegnativa e personalizzata rispetto al tran tran di un'interpretazione di altro tipo, molto spesso monocorde. Ci vorrebbe un sondaggio volante: piace davvero di più il Banfi serio, rispetto al Banfi comico? E, soprattutto: qual è il Banfi migliore?