Ora rivendicano la strage anche i Mujaheddin d’Egitto

Marta Ottaviani

Adesso le rivendicazioni sono diventate tre. Tutte pubblicate su internet, tutte con minacce irripetibili, tutte di presunti gruppi terroristici islamici. E allo stesso tempo tutte diverse fra loro. Così diverse che al momento non è possibile dare un nome ai colpevoli di questa ennesima strage. Un giallo, un gioco di affermazioni e smentite, nel quale i terroristi sembrano a tratti divertirsi.
Gli esperti ritengono che la rivendicazione più attendibile sia la prima, quella firmata dalle Brigate Abdullah Azzam, arrivata solo poche ore dopo lo scoppio delle autobomba. La sigla, che si è definita la cellula di Al-Qaida per la Siria e l’Egitto, sostiene di aver compiuto l’attacco per vendicarsi nei confronti del governo di Mubarak.
Passano poche ore e arriva la seconda rivendicazione. Porta la firma dei «Martiri del Sinai», si assume la responsabilità della strage e bolla come falso il messaggio delle Brigate Abdullah Azzam. L’organizzazione nega di aver contatti con Al Qaida, ma dice di aver agito per difendere le popolazioni del Sinai, sfruttate e represse dalle autorità de Il Cairo.
E ieri è arrivata la terza. Questa volta sono i «Mujahidin d’Egitto», che, per renderla più credibile, hanno anche reso noti i nomi dei kamikaze (da loro definiti «martiri»), gli autori materiali della strage. Si chiamerebbero (a questo punto il condizionale è d’obbligo) Fayçal Khalil, Hassan Abi Rawa, Mohamad Abdel Majid, Nader Mohamad Ghani e Mohamad Hammoudi al-Masri.
Nel testo della rivendicazione non mancano accuse per nessuno, persino per i giornalisti. Il comunicato, che porta la firma del «Comandante generale Hammoudi al-Masri» e la data del 2 luglio inizia con le formule di rito e con la motivazione dell’attentato: far vincere la fede di Allah.
Subito dopo arriva l’accusa all’Occidente, ai «mass media crociati» per la precisione, colpevoli di aver prodotto una falsa informazione e di aver indicato le Brigate Abdullah Azzat come gli autori della strage.
E, in conclusione, l’ultimatum: ebrei e cristiani hanno 60 giorni di tempo per abbandonare la terra del Sinai, altrimenti, per dirla con le loro parole, «vedrete quello che non avete visto nei vostri incubi».