Ora per il San Raffaele c’è una via d’uscita

MilanoIl San Raffaele non morirà: questa è l’unica certezza che arriva dagli uffici dei giudici della sezione fallimentare del tribunale di Milano chiamati a decidere la sorte dell’ente ospedaliero fondato da don Luigi Verzè e gravato da una montagna di 1,5 miliardi di debiti. Ieri i giudici hanno deciso di respingere l’istanza di fallimento presentata dalla Procura della Repubblica, e di accogliere la richiesta di ammissione al concordato preventivo avanzata dal nuovo consiglio d’amministrazione della Fondazione Monte Tabor. Il piano di salvataggio presentato sotto l’egida dello Ior (cioè dal Vaticano) e dalla famiglia Malacalza è stato ritenuto dai giudici sufficiente ad accompagnare l’ospedale verso il risanamento.
La decisione del tribunale verrà depositata solo nella giornata di oggi, ma tutte le indiscrezione dicono che c’è la luce verde al concordato. Le buone notizie per i nuovi amministratori dell’ospedale, però, si fermano qui: perché la decisione dei giudici porrà limiti e condizioni precise alla gestione del piano, e metterà ampi poteri nelle mani dei commissari nominati dallo stesso tribunale. Il tribunale non si fida, insomma, del Vaticano. Il balletto delle cifre, le incongruenze del piano, le polemiche interne al nuovo consiglio (da cui due membri appena nominati sono usciti sbattendo la porta) hanno fatto una pessima impressione. Il San Raffaele andrà avanti, perché vanno tutelati i posti di lavoro e il suo patrimonio di conoscenze scientifiche e capacità clinica. I costi della ristrutturazione verranno pagati dai nuovi soci, e soprattutto dai creditori che dovranno rinunciare a quasi la metà dei loro soldi. Verranno tagliati rami secchi, cedute le attività non essenziali sorte nel corso degli anni intorno al core business, e il San Raffaele tornerà a essere solo e soltanto un ospedale. Ma non è detto che a mandarlo avanti saranno proprio lo Ior e i suoi alleati. E chiunque comanderà nel nuovo ospedale, lo farà sotto lo stretto controllo dei giudici.
Per la Procura, che fino a ieri mattina aveva insistito nella sua richiesta di staccare la spina alla Fondazione, è un insuccesso: che però non impedisce ai pm Luigi Orsi e Laura Pedio di continuare a scavare nel retrobottega del San Raffaele, per ricostruire sino in fondo la genesi del disastro. È una indagine resa cupa dal suicidio di colui che ne sarebbe stato probabilmente l’indagato numero uno, l’amministratore delegato Mario Cal, che si è sparato in testa il 18 luglio. La Procura indaga per istigazione al suicidio contro ignoti. Ma nello stesso fascicolo c’è anche il reato di bancarotta fraudolenta, e qui i nomi ci sono. Nella loro richiesta di fallimento, i due pm hanno parlato esplicitamente di nuovi reati scoperti durante le perquisizioni seguite alla morte di Cal. Si tratta di ingenti dissipazioni di denaro, soldi distribuiti nel corso degli anni dietro lo schermo di centinaia di fatture fasulle, e utilizzati per fini inconfessabili. La convinzione dei pm è che tutti questi tre filoni - i fondi neri, il suicido di Cal, il dissesto dell’ospedale - siano strettamente intrecciati, e che solo scavando fino in fondo su ognuno di essi sia possibile ricostruire questo incredibile noir.
Il tribunale, scegliendo di non affossare il San Raffaele, non impedisce affatto che l’indagine penale vada avanti. Ma nel frattempo, dice in sostanza il tribunale, al San Raffaele potranno continuare a fare la cosa che sanno e devono fare meglio: curare gli ammalati.