Ora per il San Raffaele c’è l’ipotesi di bancarotta

Milano E adesso parte la caccia ai fondi neri del San Raffaele, ai milioni di euro che sono stati succhiati in questi anni dai bilanci dell’ospedale di don Luigi Verzè con lo schermo di montagne di fatture fasulle e sono finiti chissà dove. La caccia si è aperta ufficialmente adesso, con la richiesta di fallimento presentata dai pm Luigi Orsi e Laura Pedio, che verrà discussa dal tribunale civile il prossimo 12 ottobre. Ma in realtà la pista dei fondi neri viene seguita dalla Procura fin da quando - a partire dal giugno scorso, ed in particolare dopo il suicidio dell’amministratore delegato Mario Cal, il 18 luglio - erano saltati fuori documenti e fatture decisamente sospetti. Soldi e fatture in larga parte collegati a operazioni estere, e di cui ricostruire la vera natura non sarà facile.
È sulla base di quei documenti che la Procura ha formalmente avviato - secondo quanto si è appreso ieri - una indagine per bancarotta fraudolenta, false fatturazioni e ostacolo alla vigilanza. Tra i nomi già finiti nel registro degli indagati ci sarebbe quello di Mario Valsecchi, direttore generale, e di altri manager della vecchia gestione, quella emanazione diretta di don Verzè e della sua cerchia più ristretta. L’ipotesi della Procura, in sostanza, è che il crac della Fondazione Monte Tabor abbia avuto tra le sue cause, oltre alle manie di grandezza e alle incapacità gestionali del vecchio management, anche la sparizione di quantità rilevanti di risorse verso destinazioni ed utilizzi occulti. Solo così si spiegherebbe come una azienda delle dimensioni e del peso politico del San Raffaele, destinataria di ingenti fondi pubblici, sia riuscita ad accumulare un miliardo e mezzo di debiti.
L’indagine per bancarotta è affidata alla Guardia di finanza, ed è destinata a pesare anche sulla decisione che il tribunale fallimentare dovrà prendere sul futuro della Fondazione che regge l’ospedale. Non a caso, nell’istanza di fallimento depositata da Orsi e dalla Pedio, si fa riferimento a «nuovi fatti costituenti reato» emersi dall’esame della documentazione sequestrata nello studio e nella abitazione di Cal. È da queste carte che è verosimilmente partita la caccia ai fondi neri del San Raffaele. Ed è la permanenza anche nel nuovo Consiglio d’amministrazione di uomini della vecchia gestione, quella responsabile del «buco», che rende la Procura dubbiosa sulla credibilità del piano di salvataggio.
Il piano, d’altronde, finora non si è visto. Ieri la Fondazione ribadisce che entro il 10 o il 12 ottobre il piano sarà pronto, e si mostra fiduciosa sul suo accoglimento. Ma è un ottimismo che negli ambienti giudiziari non è condiviso. Come è possibile, si chiedono in Procura, che in una decina di giorni un progetto complesso come quello per salvare il San Raffaele venga approntato, verificato e certificato? Che si faccia, cioè, tutto quello che non è stato fatto in quattro mesi? Se il concordato preventivo non risultasse una strada praticabile, per la Procura è allora preferibile passare per il fallimento della Fondazione. Anche perché il fallimento non paralizzerebbe l’attività dell’ospedale, ma toglierebbe le leve del comando agli uomini di Verzè e ai nuovi entrati dello Ior, consentendo ad un curatore fallimentare di prendere visione dello stato reale dell’azienda. A quel punto le attività core della Fondazione, a partire dalla gestione dell’ospedale, potrebbero essere scorporate e cedute al migliore offerente.