Ora Santoro, Grillo e Travaglio "santificano" Genchi in tv

Ad <em>Annozero </em>l'autodifesa del grande intercettatore. Il consulente: &quot;I tabulati sono solo 752&quot;. Ghedini: &quot;Non è vero&quot; e poi smaschera tutte le bugie sulla nuova legge

L'ultimo eroe santoriano è Gioacchino Genchi, il consulente informatico del pm Luigi De Magistris che custodirebbe un archivio di sette milioni di nomi, di dati anagrafici; insomma il «grande fratello buono», quello che non va su Mediaset. Genchi viene santificato in nome delle intercettazioni, quelle che l'esperto dice di non aver mai fatto. Ecco il paradosso: Genchi viene additato come lo spione d'Italia, quello che custodisce in una casa di Palermo i segreti del Paese, montagne di nastri, cataste di registrazioni; lui nega, protesta di aver soltanto eseguito gli ordini della magistratura e comunque di non aver mai indossato le cuffie e premuto il tasto del registratore. Eppure è sulla sua figura e sul suo operato che si combatte la battaglia delle intercettazioni.

Il consulente è impegnato da giorni in un tour de force televisivo. La settimana scorsa era ospite unico da Enrico Mentana a «Matrix»; l'altra notte è apparso a «Linea Notte» su Raitre; ieri è toccato a Michele Santoro. Genchi è diventato un personaggio televisivo, anche perché tiene la scena come pochi, non perde il sorriso, mantiene la calma, segue un filo rigoroso nei discorsi; sciorina nomi, date, circostanze con precisione. Un conto però è comparire nell'«one man show» di Canale 5, un altro è battersi nell'arena di «Annozero» con l'avvocato Niccolò Ghedini, l'ex guardasigilli Claudio Martelli, e poi Marco Travaglio.

Santoro presenta Genchi come la vittima sacrificale, il capro espiatorio della voglia matta di imbavagliare le intercettazioni. Mettere la sordina al vicequestore in aspettativa sindacale equivale a fare un passo nel baratro della dittatura. A dare man forte alla crociata intercettatoria intervengono i comizi di Antonio Di Pietro e Beppe Grillo, dei quali vengono mandati in onda lunghi stralci. Poi arriva lo scrittore Antonio Tabucchi da Parigi che aggiunge al minestrone giustizialista la P2, lo stragismo, i parlamentari indagati e condannati, il conflitto d'interessi, il lodo Alfano; tutto mescolato e cucinato a puntino.

Genchi, che per la sua attività è indagato per abuso d'ufficio e violazione della privacy, doveva essere l'ospite principale, ma Santoro gli dà spazio giusto per consentirgli di dire che le inchieste catanzaresi «Why Not» e «Poseidone», quelle tolte a De Magistris che di fatto hanno portato alla caduta del governo Prodi, non constano di sette milioni di utenze telefoniche acquisite, come è emerso nel pomeriggio di ieri dalle audizioni condotte negli ultimi giorni dal Comitato parlamentare per la sicurezza. Si tratterebbe soltanto di 752 tabulati. Robetta. «Sono diventati sette milioni in previsione della sua trasmissione - sorride l'esperto informatico a Santoro -. È come contare quanti passeggeri prendono la metropolitana senza considerare se una stessa persona la prende più volte al giorno», spiega.

Non sono intercettazioni. Ma Ghedini, deputato e avvocato, chiarisce che sentenze della Consulta equiparano l'acquisizione dei tabulati alle intercettazioni perché sono sottoposti allo stesso tipo di tutela. Pierluigi Battista, vicedirettore del «Corriere della Sera», insiste che è ingiusto, oltre che intercettare a man bassa, anche sapere quante telefonate sono state fatte, a chi, per quanto tempo, con quale frequenza. Travaglio insiste a difendere le intercettazioni, anche se lo stesso Genchi sostiene che in Italia negli ultimi anni «ne sono state eseguite troppe, fatte male e utilizzate peggio».

Il mastodontico archivio di Genchi viene ridimensionato, il Grande Ascoltatore rivela che nelle chiavette Usb custodisce soltanto canzoni di De André e Guccini. Nessun archivio conservato. La battuta migliore è quella di Sabina Guzzanti che all'inizio della puntata di «Annozero» imita Lucia Annunziata ed evoca non il giuramento di Ippocrate, ma «per noi giornalisti il giuramento di ipocriti».