Ora per sedare i pacifisti l’Unione va alla guerra dell’oppio afghano

Passa l’ordine del giorno sostenuto dalla sinistra radicale per riconvertire le colture illegali in Afghanistan. Oggi il sì scontato della Camera al rifinanziamento delle missioni all’estero

Roma - Si vota stancamente a Montecitorio, tra decine e decine di emendamenti e ordini del giorno al decreto legge che proroga le missioni militari internazionali. Tra l’ostruzionismo dell’opposizione, decisa a rendere il meno indolore possibile il pur scontato via libera della Camera (arriverà oggi), e le mediazioni dell’Unione, costretta a seguire con rigore la via della cautela per tenere insieme posizioni che restano sempre più distanti. Ed è proprio in nome del compromesso che a sera - con parere favorevole del governo - si approva un ordine del giorno nel quale l’esecutivo si impegna a sostenere «nelle sedi internazionali» ogni iniziativa per «individuare un’efficace strategia di contrasto alla coltivazione e al commercio illegali di oppio» in Afghanistan, anche sollecitando «la riconversione in colture legali» per uso terapeutico. Una scelta che non convince tutti nell’Unione se la norma in questione era già entrata nel testo del decreto per poi essere soppressa e infine reinserita come odg. Ma che è stata fortemente voluta dalla sinistra radicale, come palliativo in vista del voto di Palazzo Madama, dove i tre-quattro dissidenti di turno rischiano di riaprire la querelle sull’autosufficienza della maggioranza.

Una votazione stanca, quella di Montecitorio, perché di fatto gli occhi sono già puntati sull’appuntamento del Senato, dove il disegno di legge approderà il 27 marzo. Al di là delle dichiarazioni di circostanza, infatti, se il rifinanziamento della missione in Afghanistan dovesse passare con i voti determinanti del centrodestra o anche solo dei senatori a vita, per il governo Prodi si aprirebbe un problema politico. Soprattutto rispetto al Quirinale, che nei giorni della crisi aveva chiesto chiaramente una «maggioranza autosufficiente».

Non è un caso che dal Colle si faccia trapelare che in una simile situazione il voto sarebbe sì «costituzionalmente valido» ma ne potrebbe derivare un «problema politico». Lo sa bene Fassino, che a scanso di equivoci ribadisce più volte come «al Congresso americano e alla Camera dei Comuni inglese alcune recenti decisioni relative alla presenza di soldati americani e inglesi in Irak sono state votate con l’apporto determinante delle opposizioni». «Nessuno - dice il segretario dei Ds - ha chiesto le dimissioni né a Bush né a Blair».
Così, se nei giorni successivi al passaggio di Follini con la maggioranza, l’Unione rivendicava fiera di aver raggiunto la quota di 158 senatori richiesta dal Quirinale, da ieri la questione pare accantonata e le dichiarazioni sono ben più prudenti. Il capogruppo del Prc alla Camera Migliore, per esempio, si limita all’ottimismo: «Credo che alla fine la maggioranza sarà compatta e che ci saranno tutte le condizioni per valorizzare gli elementi nuovi, come la conferenza internazionale e la valorizzazione della cooperazione civile». Mentre fa un passo più in là il suo omologo a Palazzo Madama. «I senatori a vita - avverte Russo Spena - contano come gli altri».

Come ovvio, la pensano diversamente nell’opposizione. Nell’eventualità che non ci sia una maggioranza autosufficiente al Senato, spiega Cesa, «Prodi ha il dovere di rassegnare le dimissioni». Secondo il segretario dell’Udc, infatti, «quella dell’Afghanistan è una missione troppo delicata» e il governo «deve dimostrare di avere i numeri per coprire i nostri soldati».

Anche per l’azzurro Martino, ex ministro della Difesa, «senza numeri» l’esecutivo «deve dimettersi». «Non esistono maggioranze variabili», gli fa eco il deputato di Forza Italia Adornato. Insomma, «se il centrosinistra non raggiungerà i 158 voti si aprirà un problema politico». E anche il vicecapogruppo alla Camera Bertolini dice «no» a «maggioranze assistite». «Se il governo non avrà la maggioranza dei senatori eletti - dice Gasparri (An) - Prodi dovrà gettare la spugna». E pure il segretario della Dc Rotondi è convinto che in una simile eventualità non possa non aprirsi «uno scenario di crisi».