«Ora serve una manovra per rilanciare l’economia»

Il presidente di Confindustria: «Non vogliamo operazioni elettorali». Per il centro studi necessari interventi per 13 miliardi

da Roma

All’Italia non serve una finanziaria elettorale. La manovra per la correzione del deficit assorbirà molte risorse, più di quelle preventivate dal governo, ma c’è anche bisogno di rilanciare l’economia. E questa potrebbe essere l’ultima chance. Il presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo sfrutta l’occasione della presentazione del consueto rapporto di previsioni macroeconomiche per ribadire le preoccupazioni di viale dell’Astronomia. «La finanziaria - ha scandito il leader degli industriali - è l’ultima occasione della legislatura per occuparsi seriamente di crescita e sviluppo». Le cifre elaborate dal centro studi alla vigilia del più importante appuntamento di politica economica giustificano l’allarme e completano il ragionamento del presidente della Fiat: Confindustria prevede che per correggere lo sforamento del rapporto deficit/Pil gli 11,5 miliardi previsti dalla bozza di Finanziaria presentata dal ministro Siniscalco non basteranno e ne serviranno 13. La stima del rapporto deficit-Pil è in linea con le previsioni del governo per l’anno in corso (4,3 per cento nel 2005) e più alto per il 2006 (4,1 per cento contro il 3,8 del governo). Questo perché se la crescita di quest’anno dovrebbe essere un po’ più alta rispetto a quella stimata nel Dpef (0,2 per cento contro lo zero previsto dal governo), il prossimo anno si fermerà all’1 per cento, mezzo punto in meno delle previsioni ufficiali. «Se guardiamo i dati - ha osservato il leader degli industriali - dobbiamo serenamente essere preoccupati. Soprattutto se, di fronte a queste cifre, non cerchiamo di far ripartire la crescita: questa è l’unica riposta che possiamo dare alle famiglie e ai ceti deboli».
Le misure urgenti indicate dal presidente di Confindustria sono le solite: «gli oneri impropri, cioè il cuneo fiscale e l’Irap». Sono - ha ribadito - «la strada maestra per tagliare il costo del lavoro alle imprese e contemporaneamente aiutare le famiglie». Il rischio invece è che la lunga volata elettorale si traduca in «un anno di totale immobilismo». Altre richieste saranno contenute nel documento che la confederazione degli industriali sta preparando insieme ai rappresentanti delle regioni.
Nei giorni scorsi Montezemolo aveva anche lamentato uno scarso impegno del governo per il Sud e ieri, a distanza, è arrivata la replica del ministro per lo Sviluppo e la coesione territoriale Gianfranco Micciché: «Negli anni scorsi abbiamo collaborato in modo molto efficace con Confindustria e alcuni risultati si vedono, per esempio scorrendo i dati sull’occupazione», ha detto Micciché. «Ma in questi ultimi mesi, da parte dei vertici di Confindustria non c’è stata neppure una telefonata per discutere dei problemi del Sud. Il silenzio sul Mezzogiorno - ha aggiunto - viene proprio da Montezemolo che farebbe meglio a ricordare i risultati importanti ottenuti, piuttosto che pronunciare frasi a effetto per strappare applausi da qualche platea».
Tornando alle previsioni del centro studi di Confindustria, il pessimismo sul 2006 è giustificato dai consumi che, secondo viale dell’Astronomia, stentano a ripartire e anche dal livello dei prezzi, anche se in misura minore. Il tasso di inflazione nel 2005 si dovrebbe attestare al 2,1 per cento (2,2 per cento il Governo) e al 2 per cento nel 2006, contro l’1,6 per cento fissato dal documento di programmazione economica e finanziaria. I consumi, per gli industriali, dovrebbero aumentare dell’1,1 per cento quest’anno e dell’1,2 per cento il prossimo, contro una stima governativa, rispettivamente, di +0,8 per cento e 2,1 per cento.
Tra i rischi maggiori per la tenuta dei conti c’è quello della spesa per i dipendenti della pubblica amministrazione. «Anche se non venissero rinnovati i contratti per il biennio 2006-2007 - si legge nel rapporto - la spesa potrebbe tendenzialmente crescere del 7,5 per cento circa nel biennio 2005-06, a fronte di una previsione nel Dpef del 4,5 per cento». E per questo sono «necessari interventi più incisivi di quelli finora adottati».