Ora il sindacato chiede aiuto ai supereroi

nostro inviato a Torino
La Fiom di Torino affida a un fumetto un pezzo di rivincita della sinistra. Lo sconcerto per la scomparsa di Rifondazione, Verdi e Pdci dal Parlamento è ancora palpabile anche nella roccaforte del sindacato rosso, duro e puro, ora che gli operai della Fiat Mirafiori sono chiamati a scegliere i nuovi delegati sindacali. La palazzina che ospita la Fiom, in Corso Unione Sovietica, brulica di iscritti. Riunioni serrate, telefoni impazziti. Oggi si aprono le urne per l’elezione di 39 tra rappresentanti sindacali e responsabili della sicurezza. La Fiom spera di conservare il suo tesoretto di voti (34% tra gli operai e 14% tra gli impiegati) e magari di irrobustirlo un po’. Pescando, perché no, in quel 25% di astenuti che nel 2005, alle ultime elezioni, decisero di non decidere. La caccia al voto passa dalle presse ai cancelli e finisce qui, nell’ufficio di Ivano Franco. Il cellulare del capo dell’organizzazione elettorale invoca attenzione, al suono dell’inno russo. Lui glissa anche davanti a una troupe televisiva della Corea del Sud («fosse stata nordcoreana sarei corso via», dice sorridendo), perché spiegare le ragioni della Fiom al giornale della famiglia Berlusconi è un’occasione ancora più rara.
Le questioni sul tavolo di Mirafiori sono le stesse di qualsiasi fabbrica, piccola o grande che sia. Sicurezza sul posto di lavoro, orari e straordinari, pericolo mobbing per gli operai che si occupano di sindacato. Ostacoli insormontabili di una contrattazione infinita tra sindacato e azienda, ma non per i due supereroi marchiati Fiom: Mecman e Interim, una sorta di Batman e Robin in tuta blu pronti a salvare «i lavoratori a progetto del tutto alienati» con una «mec-china del tempo» che restituisca alle maestranze, dipinte con sembianze alla Munch, «il senso e il controllo del proprio tempo». L’idea del fumetto è venuta a uno dei delegati del Centro ricerche Fiat, con l’obiettivo dichiarato di confinare in soffitta il sindacalese. E c’è anche un cd-rom con le foto dei candidati, la storia del sindacato Cgil e informazioni su busta paga, straordinari, diritti e doveri in fabbrica, normative sulla sicurezza. Anche se il sindacalismo mondiale è in crisi, spiega Fabio di Gioia, operaio e in testa ai candidati Fiom, il suo ruolo non si è esaurito. Il grimaldello «detassazione straordinari» qui è un’arma spuntata, aggiunge, come l’accordo sul Welfare targato Unione, che alla Fiat venne bocciato con una valanga di no. Perché «è vero che l’idea di guadagnare di più è allettante, ma che succede se tra due anni scoppia una crisi economica? Con un calo della produttività, legato a un calo delle richieste, gli straordinari non li faranno fare a nessuno. E allora?». Il timore di una débâcle legata a filo rosso con la sconfitta alle Politiche non viene neanche presa in considerazione. «Il sindacato non c’entra nulla con la politica. Nessuno di noi ha la tessera di un partito. Esiste ancora, per fortuna, una grande differenza». E guai a parlare di privilegi o, peggio ancora, di Casta. Ivano si accende una sigaretta e sbraita: «Altro che sangue e merda, come diceva Rino Formica, qui c’è anche il sudore». Che però il voto sia un banco di prova della tenuta del sindacato è lo stesso segretario provinciale Fiom, Giorgio Airaudo, ad ammetterlo, «anche rispetto alle interpretazioni del voto politico». E poi c’è la partita tutta interna all’azienda automobilistica torinese. «Se la Fiat sembra uscita dal guado di cinque anni fa è anche merito nostro, non solo di Marchionne e delle sue scelte aziendali», dice Vincenzo Tripodi Rsu impiegati. Nei giorni scorsi in città e nella fabbrica si è discusso a lungo del futuro di Fiat e dei rapporti tra azienda e sindacato. Ancora ieri Airaudo chiedeva a Marchionne di non far finire il feeling tra Fiat e Torino con la sua richiesta più o meno esplicita di fare a meno del sindacato. «Non possiamo sentirci dire che dobbiamo dare di più e poi uscire a mani alzate, come nei film western». Il cellulare di Ivano Franco squilla ancora al suono della madre Russia. Ci sono cose che neanche lo tsunami del 14 aprile può cancellare.
felice.manti@ilgiornale.it